Note 6 — CAPITOLO III. 1848.
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Ecco come il Cattaneo racconta la visita avuta da alcuni giovani la mattina del 18 marzo:
«La sera del 17 marzo, uno degli amici miei, che veniva all’istante dalla casa del conte O’ Donnel, Vice-presidente del governo, avendomi annunziato che una nuova sedizione in Vienna ci apportava l’abolizione della Censura, deliberai tosto, di pôr mano pel dì seguente alla pubblicazione d’un giornale. Parevami propizio il momento d’indirizzare i cittadini a estorcere immantinente all’attonito governo quanto più si potesse di armamenti o di libertà; e recarci sopratutto in poter nostro i nostri soldati. Conveniva metterci in grado di dar principio alla lega italica con mani guarnite, sicchè il vicino regnante, fattosi costituzionale da troppo pochi dì e solo per nostro amore, ci fosse alleato se voleva, ma non padrone. Ricordo nuovamente che l’impresa dei cittadini comprendeva il conquisto dell’indipendenza insieme e della libertà. Una indipendenza servile, una indipendenza all’austriaca o alla russa, non mi pareva cosa da farsi se non per disfarla da capo. Per siffatte mezze imprese non mi pareva lecito insanguinare la patria.
«Avevo appena finito di scrivere in fretta il mio primo foglio, quando poco dopo l’alba due amici vollero entrare da me, ragguagliandomi che il podestà Casati dopo mezzodì doveva recarsi dal Municipio al governo, per dimandare a nome del popolo alcune concessioni; volevano essi avere l’avviso mio su ciò ch’era per loro a farsi, nel quasi inevitabile evento di un conflitto. Questa smania di correre immantinente alla forza, quando nulla si era fatto per possederla e ordinarla, mi pareva troppo favorevole al nemico, che sapevamo presto e bramoso. «Il Podestà farà mitragliare i cittadini, io dissi: egli va da cieco dove lo spingono; ma voi con che forze volete assalire una massa di ventimila uomini, che si è preparata di lunga mano a fare un macello, e lo desidera? Quanti combattenti avete? — «Quei giovani non avevano a mano che qualche dozzina d’altri cacciatori.» — «Non vedete, risposi, che vi vogliono parecchie migliaia d’uomini bene armati e ben comandati?» — «Mi dissero che tutta la città si sarebbe mossa, e che si avevano pronti quarantamila fucili. — «Questi quarantamila fucili li avete visti?» — «Non li abbiamo visti; ma sappiamo che il Comitato direttore li aspettava di Piemonte.» — «Andate dunque prima a vedere se sono arrivati; andate al comitato-direttore. E siete poi certi che questo comitato vi sia» — «Senza dubbio; tutti ne parlano.» — «— Ebbene, vedrete che infine non avremo nè comitato, nè fucili. Io conosco da un pezzo codesti ciambellani; hanno una fede cieca in Carlo Alberto, e saranno corrisposti come al solito. Carlo Alberto non ama la libertà; e non può amarla. Bisogna pigliar tempo per armarci, e perchè tutta l’Italia si metta in grado d’aiutarci; non ci vuol meno che tutta l’Italia. Andiamo adagio; non cacciamo in bocca al cannone un popolo disarmato, finchè almeno non ci mettono alla assoluta necessità della difesa» — Li amici se ne andarono poco di me contenti. Ne vennero altri; e si fecero li stessi discorsi; altri m’invitarono a non so quale adunanza, a due ore, nella Galleria; io intanto portavo a uno stampatore il mio manoscritto.» Dell’insurrezione di Milano nel 1848, e della successiva guerra, Memorie di C. Cattaneo (Bruxelles, Società Tipografica, 1849, pag. 29-31).