Note (144) — CAPITOLO XVII.
Reading edition
Il popolo (come sensatamente lo rimarca Graziano nel suo Criticon p. 415.) arresta la sua immaginazione su' primi oggetti che lo percuotono; le apparenze penetrano il suo spirito, lo predominano, ed incapace lo rendono di approfondire le verità, che possono essere racchiuse nelle cose; sempre più imbecille in rapporto alla più forte, o più debole impressione che i medesimi fanno sull'animo suo, esso non cura giammai d'illuminarsi sopra i di lui veri interessi; l'esteriore lo arresta, lo seduce, e attonito lo rende; la semplice verità, la pretta ragione, spogliata dalle chimere che sono ad esso artifiziosamente insinuate, sembragli troppo nuda; esso cerca qualche cosa di straordinario, che questa sia vera, o falsa poco gli cale, basta che lo spirito vengane ammaliato, e percosso; è perciò che le fantastiche visioni de' mitologici, hanno sovente ritrovata cieca fede presso il Gentilesimo, e che gli altri popoli, che ne successero hanno riguardato sempre con illimitata venerazione tutto quanto venne a' medesimi trasmesso dalle loro differenti orali tradizioni. Quindi è, per ultimo, che la sua credulità macchinale sorpassa di gran lunga la scaltrezza di coloro che cercano di trarre partito dalla sua pieghevole buona fede, e se alcuno tentasse per accidente (come fu altrove già da noi avvertito) di fare risplendere nel centro dell'umana società la fiaccola eterna della ragione, è generalmente riguardato come l'innovatore della credenza de' suoi simili, come un'individuo sospetto, e forse ancora convinto di miscredenza, e di appostasia: in una parola, chiunque brama di vivere in grazia della moltitudine, a meno che non pensi come Orazio (Epist. XIX. Lib. 1.), il quale solea dire,
Non ego ventosae plebis suffragia venor,
dee studiarsi accuratamente di rendersi più caro questo ceto, di qualunque siasi altro.