Note (106) — CAPITOLO XII.
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È a tutti noto di quali sforzi usasse Socrate affine d'indurre gli Ateniesi ad illuminarsi sul culto del vero Dio, e ad oggetto di ridurli ad abdicare la loro superstiziosa idolatria, ed i loro malefici prestigi; ma quanto inutilmente egli vi si adoperasse lo dimostrano pur troppo, l'esito fatale de' suoi benemeriti disegni, e la triste ricompensa che la sua patria sconoscente gli ha ferocemente preparata; nè le saggie sue premure per istruirla e per illuminarla nella scienza la più urgente per l'uomo, qual è la sana morale ebbero un successo più propizio, furono sprecate meno vanamente: quale solido vantaggio risultare mai ne porrebbe di potere asserire con Cicerone essere stato Socrate il primo a fare discendere la filosofia dal Cielo, ad introdurla fra gli uomini, a volgarizzarla persino nel centro delle stesse famiglie, se cotanto poco la sua ingrata patria curava le di lui ammirabili salutari lezioni? Socrates autem primus Philosophiam devocavit e Cœlo et in urbibus collocavit, et in domos etiam introduxit, et coegit de vita, et moribus, rebusque bonis, et malis quaerere. Tuscul. Quaest. Lib. V.
Ma il popolo di Atene sempre sordo, ed insensibile agli ammaestramenti di sì eccelso filosofo, meditò da proditore la sua perdita estrema, privando così la società del più saggio, e del più necessario de' suoi membri.