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Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I

Note (59) — CAPITOLO VIII.

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Non ostante che gl'Israeliti sieno stati sempre obbligati di pregare Dio, non pare verosimile che allora quando essi offrivano i sacrifizj entro il loro antico Tempio venerabile, avessero duopo di usare di quelle tante interminabili preghiere fisse, e quotidiane che praticare si veggono da' moderni ebrei nelle loro proprie Sinagoghe. Ma essi, nulla di meno, sostenuti dal Profeta (Oss. Cap. 14 v. 3) adducono con intima convenzione ונשלמה פרים שפתינו (unscialemah parim sefatenu) Et reddemus vitulos labiorum nostrorum. Intendendo con tale frase di potere supplire oggi colle preghiere alla mancanza, ed alle totale cessazione de' loro antichi sacrifizj; ed eccone precisamente lo norma che quasi tutto il corpo dell'ebreismo ha conservata sopra un tale rapporto.

Siccome tutti i giorni offrivasi nel tempio di Gerusalemme due sacrifizj, cioè, l'uno la mattina, e l'altro la sera, gli ebrei Talmudisti hanno così stabilito di dovere recitare nelle loro Sinagoghe la preghiera delle mattina denominata תפילה (Teffilah) quella della sera che chiamasi מנחה (Minhah) che reputano equivalenti a que' due indicati sacrifizj oggi soppressi. Ma nella occasione del Sabato, e delle feste solenni, durante il corso dell'anno, oltre questi due sacrifizj quotidiani, aggiugnendosene altro nuovo, così gli ebrei in simile giorno aggiungono parimente altra nuova preghiera che appellasi מוסף (Mussaff) cioè, addizione. E altresì opportuno quì di rimarcare, che oltre le preghiere testè menzionate, che gli ebrei pretendono, d'accordo, come si disse, fare equivalere a' sacrifizj annunziati, essi hanno ancora la preghiera dell'entrare della notte, che stabilirono per ciò che restava del sacrifizio vespertino, e che chiamano ערבית (Ngharbith).

Ma se Dio avesse aggradite le parole in proferenza delle vittime, non lo avrebbe egli stesso fatto capire, nel modo appunto ch'esso fece chiaro per tante volte intendere di volere Olocausti, e non Preghiere in loro vece, o piuttosto, come chiaro si esprime il Profeta Isaia (Cap. 58 v. 6 e seq.) nè gli uni nè le altre, ma solo un puro, e retto cuore in loro luogo? E giacchè altrimenti si presume, non basterebbe egli forse una sola concisa preghiera in ciascun giorno?

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