Note (58) — CAPITOLO VIII.
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Senza fermarci quì ad oppugnare una pratica sì perniciosa e sì comune, osserveremo soltanto che gli uomini, generalmente parlando, hanno all'eccesso aumentati i vocaboli che servono a marcare l'atto religioso, forse immaginando che la medesima idea espressa nelle loro preghiere con vari giri differenti, gli uni più sommessi degli altri, ed in ogni tempo seguitate da certe cerimonie ch'essi supponevano dover piacere a Dio, loro attirerebbe il suo alto soccorso di una maniera più affluente, più pronta, e più efficace. I Greci, ed i Romani attribuirono molta forza, e attività a certi vocaboli, ed a certe formule superstiziose che impiegavano essi nelle loro preghiere al segno di restare fermamente persuasi che mediante il favore di alcune parole, sostenute da varie cerimonie bizzarre, essi potevano astrignere la Divinità ad essere loro propizia. Egli è così che ogn'uno s'immagina di potere ampliamente ottenere dall'Essere Supremo ciò che domanda impiegando molti termini sinonimi accompagnati da varie attitudini diverse, e da clamorose preghiere, che formano la base prima, ed essenziale di presso che tutte le sette che conosciamo.