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Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo II

Note (136) — Cap. XVIII.

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Bisogna essere, per certo, o ignoranti fino alla stupidezza la più brutale, o perversi al grado estremo, per farsi tale idea mostruosa della Religione di un popolo, il primo adoratore del Dio di verità, e diretto da una morale, che non ritrova confronto fra tutti i popoli dell'Antichità. In fatti se le Leggi delle dodici Tavole osservate da' Romani, contenevano secondo il parere de' dotti, la più nitida, e la più eccelsa filosofia; quelle date sul gran Sinaj a Mosè non abbracciano esse tutto ciò che l'umana sapienza può inspirare di grande, e di ammirabile per formare l'uomo rassegnato al suo Creatore Supremo, l'uomo Sociale? A fronte di questa verità innegabile, vi sarà egli ancora degl'insensati che giunghino al delirio d'insultare una Religione basata sopra una Legge, che fra le massime divine che dessa prescrive, ordina per sino di ricondurre al suo ovile la smarrita pecora dello stesso nemico, di non vendicarsi, nè conservare odio contro di esso, e di porgere un braccio soccorrevole nel momento di sua Caduta (Exo. 2. Levit. 19.). Quale altro popolo può mai vantare Leggi sifatte, massime sì alte, sì generose?

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