Note (112) — Cap. XIII.
Reading edition
Se nella quantità considerabile de' Regnanti, che la Storia di ogni secolo del mondo ci addita avere di tanto in tanto dominato sopra la terra, se ne annovera di quelli che n'erano pur troppo affatto indegni, essa per compenso ce ne mostra così pure degli altri, nell'animo de' quali era una volta riuscito alla Ragione di fissare la sua fede, alla giustizia il suo tempio, alla clemenza il suo sostegno, e dove la filosofia era gionta a penetrare i suoi raggi benefici per illuminarli, e fare ad essi conoscere in ogni senso i veri loro interessi. Mercè l'opportuno soccorso di tali provvidi lumi, essi pervennero a comprendere chiaramente, che un Re non saprebbe essere ingiusto co' popoli ad esso lui subordinati, senza essere nel tempo medesimo il tiranno contro se stesso per che tutti i mali dello stato si rendono ad esso necessariamente personali.
Esempio ammirabile! Sublime Lezione! Per che mai non v'introducete voi entro il cuore indurito di que' deboli sovrani che ripongono il proprio fasto nella miseria de' rispettivi loro popoli, che non si arrendono giammai ad altra voce che all'orribile trillo delle tumultuose passioni dalle quali sono essi furiosamente predominati, per farne eglino capire intimamente che se giusti non sono, saggi, benefici, e tolleranti, meno ricchi saranno, meno felici, meno potenti? Poichè il Regnante non è grande, se non se della grandezza de' propri sudditi, non è opulente che nelle loro dovizie, non è forte che per l'unione de' medesimi; ed ogni suo interesse è indissolubilmente vincolato a quello di essi, ne viene per conseguenza che tutte le di lui mire debbono aggirarsi unicamente a rendere felici quelle popolazioni che sono a quelli sottomesse: Le sort des armes (dice, per quanto Elvezio ci rapporta, un filosofo indiano a Tamerlan Imperatore de' Tartari) nous sommet à toi; es'-tu marchand? vend nous es'-tu bucher? Tue nous; es'-tu monarque? Rend nous heureux. E quale sovrano potrebbe a lui d'intorno sentire, senza ribrezzo, un simile rimprovero?
Per me diceva Seneca il filosofo, se è permesso a' mortali di giudicare degli arcani divini, io credo fermamente che i Principi non si possano per altri mezzi procurare una felicità inalterabile che per quello di creare de' felici: Quin ego si fas piumque mortalibus æstimare celestia nullam majorem crediderim esse Principum felicitatem, quam fecisse felicem. De Benef.
Tale è per se stesso realmente il vero, e l'unico sentiere che può condurre con sicurezza un sovrano della terra all'immortalità più luminosa, e di tutti i suoi tesori, e di ogni suo fausto, questo è il solo certamente che possa consolidate la sua gloria, e perpetuare la sua riputazione al grado più elevato a cui possa l'uomo inalzarsi sopra la terra.