Note (204) — III.
Reading edition
Quando il re di Francia, Giovanni, per pagare i suoi debiti adulterò la sua moneta, tutti gli ufficiali della sua zecca furono obbligati a giurare il secreto. (V. Ducange, Glossario, parola Moneta, ed. de' Benedettini). Fin qui il Say; dal canto nostro aggiungiamo che questa adulterazione delle monete, causa principalissima dello esorbitante tasso dell'interesse e che durò sino alla età moderna — Carlo V verso il 1540 inondò l'Europa di una massa di cattivi scudi d'oro di Castiglia. (Blanqui, Hist. de l'Ec. pol., i, 283) — era conseguenza delle dottrine di S. Tommaso. Il Grande Aquinate, come del resto tutti gli uomini dei tempi suoi, aveva curiose idee in fatto di economia politica. Egli (De Regg. Princ., ii, 13), infatti permette che lo Stato faccia uso, moderatamente però, del diritto di alterare le monete sive in mutando, sive in diminuendo pondere. Tutti ricordano le roventi parole con cui il nostro Dante, quasi contemporaneo dell'Aquinate, stigmatizza Filippo il Bello, il re falso monetario, che la dottrina di S. Tommaso aveva appreso da Egidio Colonna; il Dottor Fondatissimo, fu infatti discepolo di Tommaso e maestro di Filippo.