Note 188 — CAPITOLO XXI. I Lupanari.
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LA PROSTITUZIONE DELLE MUSE[189] Or la misera fame, ed i sottili Distillati veleni entro le dapi, Tutto un popolo esangue e amici pingui Per ricchi funerali, ed un impero, Che sotto il nome della pace infinto, Mollemente si solve e si consuma, Quanto fa dir la nostra età la bella Età dell’oro, canteran le Muse. E canteranno i lagrimosi incendi Della marmorea Roma[190], agli occhi loro Vaghi sollazzi della negra notte, Egregie gesta di colui che baldo Dell’assassinio della madre esulta, Che alle Furie materne altre ne oppone, Alle serpi altre serpi, ognor la mano Pronta a nuovi pugnali e di peggiori Stragi a far tutto esterrefatto il mondo. Canteranno esse scellerati carmi, Oscene voluttà, sozzi imenei D’un favorito della sposa infami[191], Di Venere nefandi monumenti; Nè l’onta proveran de’ loro canti Le svergognate Muse, e di lor nome Verginal, di lor fama immacolata Fatte immemori adesso. Ah! via gittato Ogni pudor, sotto color bugiardo Di lor saver, prostitüir sè stesse, E le figliuole dell’olimpio Giove Sovra gli umani eccelse, ancor che nulla Sentan necessità, fanno a vil prezzo Di lor sacra persona empio mercato. Esse al capriccio dei superbo Mena[192] Piegan codarde, ovver di Policleto Obbedïenti al cenno, anco beate D’esigua lode, appassionate, ardenti Delle recenti impronte, onde una fronte Va maculata, o delle ree vestigia Che lasciò la catena od il flagello A un Geta[193], che da jer fatto è liberto. Immemori, che più? del divo padre E de’ numi cognati e dell’antico Onor di casta e verginal pietate. Oh dolor! Alle Furie e a mostri orrendi Hanno eretto l’altare e i cenni impuri Dell’ignobile Tizio[194] osano voci Del Destino appellar: quanto ha l’Olimpo Consacrarono all’Erebo; già templi Osaron scellerati ergere ed are Sacrileghe, e per quanto è di lor possa, I cacciati dal cielo empi Titani Tentan ripor nelle superne sedi E stolto crede a’ loro accenti il mondo.