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Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3)

Note 150 — CAPITOLO XXI. I Lupanari.

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LA VEGLIA DI VENERE Inno Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore. Giunta è la primavera: Cantiam, che s’apre intera. In primavera a esistere Incominciato ha il mondo: Gli Amori ora s’accordano In nodo più giocondo; Melodïosi e belli S’accoppiano gli augelli. Dalle carezze, l’albero, Delle pioggie feconde Tutto dispiega il nobile Onor delle sue fronde, E degli Amor la Madre, In fra l’ombre leggiadre De’ bei boschetti splendere Doman vedrem più bella Intrecciar i tugurii Di rami di mortella E dal suo letto altero Dione avrà l’impero[151]. CORO Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore. Le spume dell’oceano Fecero in tal stagione Nascer, commiste al sangue Di un’immortal, Dïone, Del mar tra i numi fieri E i bipedi corsieri. CORO Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore. L’anno ella tinge in porpora, Veste di fior smaglianti, Delle sue poppe, turgide Pei soffii fecondanti Di Favonio, ogni dove Soave il latte piove. Versa le stille roride Della notturna brezza, Tremule a lei le lagrime Brillano per grossezza, E sembra ognor che cada La goccia di rugiada. Ella i color purpurei Dona al pudico fiore, Spremuto in ciel da’ limpidi Astri il notturno umore, Le verginali spoglie Alla diman gli scioglie. S’accoppieran le vergini Rose al suo forte grido, Dal sangue già di Venere, Dal bacio di Cupido Nata e di sol vestita, Di fiamma e margarita. Il suo rossor che ascondere Vuol nella veste, ontosa, L’invido nodo a sciogliere Più non sarà ritrosa: Sposa ella pur fra poco Il mostrerà di fuoco. CORO Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore. Per lei le ninfe volgono Al bosco di mortella; Un bel fanciul le seguita: Se avesse le quadrella, Voi non lo credereste Partecipe alle feste. Ite, o Ninfe, nell’ozio Amor l’armi depose: Inerme e ignudo mostrasi. Siccome a lui s’impose, Perchè l’arco non tenda, Nè colta face offenda. Pur rimanete in guardia, O Ninfe, al vostro core; Senz’armi ancor, bellissimo Come le avesse, è Amore E allor non vale scudo Se si presenta ignudo. CORO Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core. Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore. Simili a te, noi vergini Venere a te c’invia, Noi ti preghiamo, o Delia Vergine, acciò non sia Brutta la sacra selva Da sangue mai di belva. Solo di questo supplici Noi ti moviam preghiera; Ella medesma a chiederlo Verrebbe lusinghiera; Se a vergin fia decente, Qui ti vorria presente. Per tre notti continue Gli spensierati cori, Scelti fra tanto numero, Coronati di fiori, Correr vedresti lieti Pe’ tuoi boschi e mirteti. Qui saran Bacco e Cerere E de’ poeti il Dio: Noi veglierem tra i cantici, Se tale è il tuo desio: Dïone alle foreste Regni, o Delia celeste[152]. Ella si elesse il seggio Sovra de’ fiori iblei, Recinta dalle Grazie, Darà i responsi bei; Ibla, dà tutti i tuoi Fior che produci a noi[153]. Ibla la veste spoglia De’ fior che son tua cura Per quanto lunga estendesi Dell’Enna la pianura:[154] Qui saran forosette E montanine schiette. Quante ninfe soggiornano Bosco, foresta o fonte, La Madre dell’Aligero Nume le vuol qui pronte. Vuol che, se nudo incede, Si neghi a Amor la fede. CORO Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore. Fia che dimani irradii Del suo sorriso amico I nuovi fiori e l’Etere Sposo alla terra antico, Che colle nubi ognora Paterne le ristora. Si scioglierà benefica In sen dell’alma sposa, Onde nell’ampie viscere La vita rigogliosa S’agita, si commove A creazioni nove. Dell’universo Venere Col soffio suo possente Entro le vene penetra E n’occupa la mente; Procreatrice eterna, Il mondo ella governa. Ella pei campi eterei, In terra, al mare in fondo Il creator suo spirito Infonde ovunque, al mondo Obbedïenti addita Le sorgenti di vita. CORO Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore. Ella portò nel Lazio I Trojani Penati, Di Laurento la vergine Del figlio univa ai fati. Lei dal suo tempio tolse Che sposa Marte accolse. Diè alle Sabine vergini I Romulei mariti, Onde i Ramnesi uscirono, Uscirono i Quiriti, Di Romolo la gente E Cesare possente. CORO Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore. Sentono i campi Venere, Voluttà li feconda: Ebbe tra i campi il figlio Di Dion culla gioconda E crebbe ai delicati Baci de’ fior’ più grati. CORO Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore. Tutti si legan gli esseri Col vincolo d’imene: Sulla giovenca spingesi Il toro, ed ecco viene Mosso da questa legge Lungo i ruscelli il gregge. Vuole la Dea dispieghino Gli augelli i loro canti, Per le paludi stridono I cigni e i proprii vanti Moduli invidïata Di Terëo la cognata[155]. La voce sua melodica, Sarà d’amore invito, Nè la sorella piangere S’udrà pel reo marito: Taccio al canto gentile, Finchè verrà il mio aprile. Come la rondin garrula, Allor canterò anch’io, Onde la Musa arridami E l’Eliconio Dio; Però che già Amiclea[156] Sè col tacer perdea. CORO Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore.

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