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Passeggiate per l'Italia, vol. 5

Note 7 — Canto III. PALLADE ATENA.

Mario Corsi translation

Giova qui riassumere i criteri fondamentali su cui poggia la teoria estetica dell'arte del Gregorovius.

L'arte non è fine a sè stessa; la formula l'arte per l'arte è un non senso. L'arte, non animata dal soffio di nobili idealità, non ha valore alcuno. Essa invece, quando seconda gl'impulsi generosi del cuore o i palpiti ardenti di un ideale, sublima l'individuo, lo trasporta in una beata contemplazione di gloria e di amore, gli prolunga ed abbellisce la vita. Come, sotto l'impressione di un forte dolore, l'animo umano è capace di attingere dal dolore stesso una gagliarda virtù; così, individuandosi il soggettivo artistico in una passione, l'opera d'arte verrà fuori più eloquente e suggestiva, se passata per il filtro delle sofferenze morali.

All'arte va congiunta la più grande e nobile missione umana: non solo solleva lo spirito, infondendogli entusiasmo e vigoria e quasi indiandolo, ma ancora lo distriga dagli abietti ceppi del giogo, lo redime dall'opprimente servitù, gli dona quella libertà, nel cui seno è il segreto delle più eccelse cose. La libertà è infatti il suggello e la consacrazione delle opere: per essa le opere ricevono uno stampo durevole di forza e bellezza, per essa l'alato genio vi proietta sopra i suoi sprazzi di luce.

L'arte poi non è soltanto quella che noi ammiriamo riflessa e come emanante da una statua di Giove olimpico, grave e maestoso seduto sul trono: anche un candelabro, una brocca orlata di figure, che servono agli usi quotidiani della vita, entrano nei dominî dell'arte, purchè la mano che li modellò sia stata mossa e diretta da una generosa passione, da un plausibile intento. Gli è che il fine dell'arte non consiste tanto nel dilettare, quanto nel riuscire utile in qualche cosa: essa infatti, più che parlare e sedurre i sensi, deve conquidere i cuori; il concetto del bene dev'essere contemperato e frammisto in larga misura all'altro del bello.

In fondo, la teoria artistica del Gregorovius è calcata sulla dottrina di quegli esteti, i quali sostengono a buon dritto che il principio in arte libertas debba intendersi con una certa discrezione, e che le arti produttive del bello debbano essere subordinate al sentimento morale e religioso dell'ambiente. Senza dubbio l'arte deve muovere gli affetti, e muoverli in modo che arrechi piacere; ma questo piacere fa d'uopo che sia per essa più mezzo che fine. Inoltre, l'arte sarà vera solo quando sarà utile agli uomini, ed utile quando sarà conforme alla verità, essendo questa il suo principio.

Recentemente, il prof. D'Ovidio, in un magistrale discorso all'Accademia dei Lincei, affermava, con la coscienza di chi sa di dire il vero, che quando l'opera d'arte è animata dal soffio delle più nobili idealità umane, non solo l'efficacia sua sopra i lettori ne vien moltiplicata dal fondersi quelle con le idealità propriamente estetiche, ma l'artista medesimo, se è artista davvero, n'è ringagliardito nelle sue facoltà poetiche. Ed altrove asseriva rimaner sempre che l'artista e il critico non hanno il diritto di pretendere che, mentre tutte le altre manifestazioni della vita si limitano a vicenda, l'arte sola abbia un'autonomia senza freni, che possa sprezzare ogni altro diritto.

(Cfr. L'arte per l'arte. Seduta Reale dell'Accademia dei Lincei dell'anno 1905). (N. d. T.)

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