Note 21 — PREFAZIONE
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«Sorte migliore potrà avere la commedia — che palesemente deve essere costata un lungo e coscienzioso studio all'autore — dinanzi a pubblici meno esigenti... Ma, in tal caso, l'Antona — Traversi dovrà temere un altro guajo: gli mancherà l'interpretazione di Oreste Calabresi, il modesto attore di qualche anno fa, il grande artista d'oggi, il quale è tornato fra noi più squisitamente efficace, sobrio, comico, e, vorremmo dire, gustoso che mai. La serata di ieri è stata per lui un trionfo, un meritato trionfo.
Am».
(Il Secolo; Milano, 4-5 novembre 1899).
«Io credo che l'autore, prima di scrivere la commedia, avesse già pensato all'esecutore. Giacchè mai carattere e interprete furono sì bene in armonia. Oreste Calabresi ha fatto del Gaudenzi una creazione ammirabile. E non mi perdo in quisquilie per dimostrarlo. Tutto fu perfetto in lui, dalla truccatura alla controscena, dall'accento all'azione. Non che io voglia fare una scoperta del valore di questo singolare artista. Da più anni egli si fa seriamente e ovunque ammirare. Ma le sue condizioni artistiche di scritturato non gli avevano finora permesso una vera interpretazione.
Vice-Olrac».
(Il Proscenio; Napoli, 7 gennajo 1900).
«L'esecuzione da parte di Calabresi fu maravigliosa. Egli ha movimentato, parlato, pensato, sottintesa la sua parte. Sembrava che deducesse lì, sul palcoscenico; non che l'avesse appresa da un altro. Più naturale e più comico di così non credo che C. Antona-Traversi possa in avvenire trovare un Gaudenzi.
Piero Ottolini».
(Gazzetta Letteraria; Milano-Torino, 11 novembre 1899).
«Oreste Calabresi, il protagonista, fu addirittura un collaboratore dell'autore. Qualche cosa di semplicemente maraviglioso. Il tipo del Commendatore parassita fu da lui così evidentemente reso che, uscendo dal teatro, vi chiedevate: «Dove ho conosciuto costui»?
(Il Piccolo Faust; Bologna, 8 novembre 1899).
«Voi che avete visto la commedia a Milano, indovinerete che il più grande successo lo ebbe il Calabresi, il quale ha fatto della parte di Gaudenzi uno studio così accurato e vero, che credo sarà impossibile trovare un altro attore che riesca a eguagliarlo. Il Leigheb e il Carini, le signore Zucchini, Leigheb e Cristina misero in opera tutta la loro grande abilità per far spiccare i meriti della nuova commedia, della quale c'è da cordialmente congratularsi coll'autore».
(L'Arte drammatica; Milano, 13 gennajo 1900).
«Il tipo di questo imbroglione — che, non ostante tutte le sue marachelle, non può ascriversi come vorrebbe l'autore nella famiglia dei Parassiti — è magnificamente riprodotto da Oreste Calabresi, un attore che ha saputo elevarsi, col solo consiglio dell'arte sua, su non pochi altri celebratissimi comici Egli sa così opportunamente far giocare la sua nobile fisionomia, e senza cader mai nel grottesco, che è un godimento a vedere. Sobrio negli effetti, minuzioso nello studio dei particolari, geniale nella intonazione della voce e nella mimica, egli conquista subito la simpatia del pubblico più esigente, e da queste conquiste è breve il passo a quella verso la quale tende ogni vero e grande artista, sulla scena e fuori: la gloria».
(Da Natura e Arte).
«Senza entrare in un esame critico del lavoro, bisogna riconoscergli il merito d'aver offerto a un attore di talento, Oreste Calabresi, l'opportunità di creare un tipo bellissimo nel protagonista. Si può dire che l'attore ha compiuto, perfezionato, reso viva la figura un po' abbozzata dall'autore; e sarà merito del Calabresi se il dramma avrà applausi e repliche nei principali teatri della penisola, e se il personaggio del commendator Gaudenzi rimarrà tipico».
(L'Illustrazione Italiana; Milano, 12 novembre 1899).
«Devo però aggiungere gli applausi prodigati a Calabresi dopo tutte le sue scene. Perchè un successo vero, grande e notevole c'è stato iersera, e fu di Oreste Calabresi. Egli è stato ammirevole per la stupenda impostazione del personaggio, per vivezza plastica, per acutezza di espressione, per comica verità.
Fu il vero sostegno della commedia; e per l'intiera serata dominò l'ammirazione del pubblico».
(Il Tempo; Milano, 4 novembre 1899).