Note 548 — LIBRO SECONDO. DAL RITORNO ALLA VITA PRIVATA ED AGLI STUDI SINO ALLA MORTE DEL MACHIAVELLI. (1513-1527) (continued 3)
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Io non ho accettato, ho anzi combattuto la conclusione, cui volle venire il Triantafillis, che il Machiavelli conoscesse il greco (Vedi Appendice, documento XXII). Debbo perciò tanto maggiormente riconoscere che, se prima il Cristio aveva notato le imitazioni da Polibio, ed il Ranke quelle da Aristotele, spetta a lui il merito di aver primo iniziato nuove ricerche per scoprire gli altri autori greci di cui il Machiavelli si valse. Dopo di lui l'Ellinger le estese, occupandosi anche delle imitazioni dai molti autori latini. Il Burd finalmente le continuò con grandissima diligenza, tanto che potè darci (p. 172) un elenco di tutti gli autori greci e latini che il Machiavelli ricorda nelle sue opere, aggiungendovi ancora quelli di cui fece uso senza citarli. Fra questi sono principalissimi, come era già noto, Polibio, del quale molto si valse nei Discorsi, e Vegezio, De re militari, che fu la principal fonte dell'Arte della Guerra.
Gli autori che cita sono: Livio, Tacito, Cicerone, Cesare, Sallustio, Quinto Curzio, Svetonio, Terenzio, Tibullo, Ovidio, Giovenale, Ausonio, Virgilio, Plutarco, Diodoro Siculo, Erodiano, Aristotele, Tucidide, Senofonte, Procopio, Giuseppe Flavio. Quelli di cui poco o punto ricorda il nome, ma dei quali si valse, sono, secondo il Burd: Polibio, Vegezio, Giustino, Seneca (De Clementia), Plauto, Orazio, Erodoto, Isocrate, Diogene Laerzio e forse Plinio (Panegyricus).
Ripetiamo però, come già notammo altrove, che dopo tutte queste ricerche, il Burd conclude giustamente che il Principe (e lo stesso si può dire dei Discorsi) is quite unaffected by its superficial resemblance to ancient writings: it still remains an original work.