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Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I

Note 40 — INTRODUZIONE (continued 2)

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È noto che il Petrarca credette d'aver posseduto il libro De Gloria di Cicerone, e d'averlo poi perduto, imprestandolo al suo maestro, che per miseria lo avrebbe venduto, il che egli deplorò per tutta la vita. Il Voigt (Wiederbelebung, ecc., 1ª ediz., pag. 25-7) esprime il dubbio, che il Petrarca siasi ingannato. Il volume imprestato conteneva molti trattati; è possibile, quindi, dice il Voigt, che il titolo De Gloria fosse dato, come pur facevano i copisti, ad uno o più capitoli d'altra opera, per esempio delle Tusculane. Questa ipotesi del dotto scrittore si fonda sull'osservazione, che il Petrarca imprestò il suo codice in età assai giovane, quando conosceva pochissimo Cicerone, e che più tardi non fu mai in grado di dir niente di particolare su quell'opera: se fosse stata veramente posseduta dal Petrarca, conclude il Voigt, non era facile che egli non ne ricordasse nulla, e che, anche smarrita, andasse perduta per sempre. V. pure De Nolhac, Pétrarque et l'Humanisme, chap. IV, pag. 216-223.

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