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Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni

Note 71 — IL DECENNIO DELL’OPEROSITÀ POETICA DI ALESSANDRO MANZONI (continued 2)

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Pensieri inediti di Ruggiero Bonghi, ecc.; Lucera, 1899, pag. 89 e 84.—Nella VI delle sue Lettere critiche, da Stresa, 30 aprile 1855 (nell’edizione milanese del 1873, pag. 67), il Bonghi lasciò un pubblico ricordo del giudizio manzoniano. Notata «l’imperfezione grandissima delle facoltà discorsive e ragionative» del Foscolo, «imperfezione tanta e tale da non riuscirgli di ragionare neppure le cose ragionevoli che dice», ripigliava: «Questo difetto insieme cogli altri è molto meno evidente nelle prose scritte in inglese che non in quelle che ha scritto in italiano, e tra le ultime, l’è molto meno nelle prose letterarie che nelle politiche. Le quali sono così sconnesse, che, come diceva un uomo di molto spirito, non si leggono se non per la curiosità di trovarci un periodo che abbia che fare col seguente e col precedente; quantunque non sarei lontano dal concedere che ci possa parere un pregio quella certa vibratezza e concisione con cui sono talora espressi alcuni concetti che fermano».—Dei suoi fini e intendimenti politici poi, il Bonghi così giudicava: «Quanto a me, amo il Foscolo; ho simpatia per lui; le sue sventure m’addolorano; ho per quest’Italia tutto quell’amore che aveva lui; e se non l’amo proprio alla sua maniera, è perchè non mi riesce d’intendere quale fosse propriamente questa sua maniera». E a un tapinello che volle mostrarsi scandalizzato e sdegnato di questo giudizio, il Bonghi replicava (pag. 285): «Mi farebbe, invece, grazia ad insegnarmi cosa il Foscolo sperasse per questa Italia che amava, quale avvenire, quali ordini? Questo è quello che non m’è parso d’intendere da’ suoi scritti».

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