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Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni

Note 79 — IL DECENNIO DELL’OPEROSITÀ POETICA DI ALESSANDRO MANZONI (continued 2)

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Ebbi già (prima nel numero unico Vesuvio ed Etna, agosto 1892; poi nella Biblioteca delle Scuole italiane, gennaio 1900) occasione di segnalare un curioso riscontro. Nell’ultimo canto, del poemetto autobiografico Il poeta di teatro, Filippo Pananti, descrivendo un suo viaggio nel paese di Galles, esce a dire (st. 14 e 15):

Siegui il cammin che a Bangor ti conduce, E la scena vedrai farsi alta, tetra; Aprirsi a destra un gran campo di luce, Levarsi a manca un gran monte di pietra; Alto silenzio da una banda stare, Dall’altra il tempestoso urlo del mare. Nero campo di sacre ombre coperto, Immense solitudini profonde, Silenzio maëstoso del deserto; Qui non s’ode che il fremito dell’onde, Il tuon che sopra i monti alto passeggia, E il vento che fra gli antri romoreggia.

E il poeta stesso annotò: «Questo deserto, di cui qui si parla, s’appella Cum. Qui non s’incontra traccia di vivente, non un albero, non una fronda; un raggio di sole non illumina la deserta via; non si sente altra voce che l’urlo dei torrenti e i gridi dolorosi dei neri uccelli del Nord. La Solitudine sembra il suo trono aver posto nelle caverne delle montagne, e nella orrida maestà degli aspri e nudi macigni; le nubi sono il suo manto, e sono i cupi recessi l’oscuro suo padiglione».—Non si può non risentirvi un’eco della descrizione manzoniana. Non intendo però d’insistere sulle somiglianze e sulle dissomiglianze. In fatto d’imitazioni letterarie, chi ha avuto la buona ventura di scovarne e fintarne una, è facilmente corrivo ad esagerare l’importanza dei tratti rassomiglianti; e chi per contrario è chiamato a osservare e giudicare, tende, quasi mal consigliato da una incosciente ed innocente invidiuzza, ad ingrandire le proporzioni delle divergenze. L’uno guarda le linee che lo seducono con una lente d’ingrandimento; l’altro, quasi seccato, rovescia il cannocchiale, e guarda dispettoso dalla parte opposta. E poi, ciascuno, in queste inezie, tien molto a un suo proprio e speciale senso del limite, a una sua propria e particolare maniera di vedere e d’intendere; così che non riesce facile l’accordo nemmeno tra compagni di studio. A buon conto, che tra i versi del Manzoni e la noterella del Pananti una qualche somiglianza ci sia, non mi pare si possa, senza cedere a un’acuta voglia di contradire, negare. Sta il fatto che io pensai spontaneamente a quelli mentre leggevo, con tutt’altro in mente, il poemetto del Mugellano. Se poi l’incontro sia del tutto casuale; o se invece si tratti d’inavvertite reminiscenze di letture altre volte fatte; o se addirittura è da ammettere che il tragediografo lombardo desumesse consapevolmente qualche tinta al paesaggio nordico, disegnato e colorito con l’abituale e naturale vivacità della sua lingua materna dal commediografo toscano: son questioni diverse, e ben più difficili e delicate da risolvere.—Conviene avvertire che Il poeta di teatro fu edito la prima volta a Londra nel 1808, e ripubblicato poi a Milano nel 1817 (ed io ho tra mani giusto questa più recente edizione); e ricordare che l’Adelchi venne alla luce solo cinque anni più tardi, nel 1822.

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