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La sposa di Mènecle

Note 75 — PROLOGO

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Al tempo di Pericle, e mentre più fioriva il poeta comico Cratino, nell'anno 440 av. l'E. V. fu portato primamente un decreto, che frenava la libertà degli scherzi nelle commedie. Questo decreto prese il nome da Morichide, ch'era l'arconte di quell'anno. Ma questo decreto fu abrogato di lì a soli 3 anni, nel 437, essendo arconte Eutimene. Venne posteriormente, a regolare la licenza sfrenata degli attacchi, un decreto così detto di Siracosio, che proibiva attaccare i cittadini direttamente per nome (μὴ κωμῳδεῖν ὀνομαστὶ): ma il divieto proteggeva gli uomini politici come tali, non come privati. E che il decreto, nel fiorire della democrazia ateniese, subisse larghissimi strappi, lo prova ampiamente la virulenza degli attacchi di Aristofane contro il demagogo Cleone, nelle Vespe. Ma allorquando la libertà ateniese cadde, per la disfatta di Egospotamo, e Sparta impose ad Atene la oligarchia dei trenta tiranni, era evidente che la commedia, colla libertà nata e cresciuta, dovesse seguirne per la prima le sorti. E così Lamaco, forse più che altro richiamando in vigore e completando con più rigorose sanzioni quel decreto caduto in dissuetudine, recò alla commedia antica l'ultimo colpo con il decreto ch'ebbe nome da lui e che vietava assolutamente porre in iscena i viventi. Cfr. Cappellina, Pref. ad Aristof.; Schleg., Letter. dram.; Müller, Istit. lett. gr.; Meursius, Them. Att. II, 20; Petit, Leg. Att., 79.

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