Note 38 — PROLOGO
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τριταγωνιστής, istrione da terze parti, una delle garbatezze più frequenti che gli avvocati tra loro si regalavano, dacchè era venuto di moda, col moltiplicarsi dei giudizi e dei rétori, l'enfasi del declamare e gesticolare. D'altronde (e ciò valga per questo ed altri epiteti delle arringhe di Beoto ed Eudemonippo), gli oratori attici in genere e Demostene in ispecie, non brillavano precisamente per l'eccessiva urbanità. Merita conto di notarlo per coloro che usano spesso a rovescio la parola atticismo e si imaginano che l'atticismo antico consistesse, anzichè nella purezza dell'idioma, nell'uso delle frasi gentili. Basti un esempio per tutti, la graziosa raccolta di paroline dolci che Demostene regala al suo avversario Eschine, tutte di un fiato, in un solo discorso: «Che core, o istrion da dozzina, doveva essere il mio, quando io consigliavo la città?» (Corona, 297); e poi da capo: «Che gli Dei e gli uomini tutti ti annientino, scellerato cittadino, istrione da terze parti!» (Cor., 335); e poi: «Ciarliero, imbroglione, pestifero vasello di frodi, copista che va declamando paroloni a somiglianza d'un tragico» (Cor., 269); e avanti ancora: «Ma può mai darsi un più ribaldo ed esecrabile calunniatore di costui?» (Cor., 298) e seguita: «se andava attorno cogli altri, solenne birbante è costui...» (Cor., 300). E i complimenti non finiscono lì: sebbene per un discorso solo potrebbe parere che bastino.