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La sposa di Mènecle

Note 214 — ATTO TERZO

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Il figlio adottato non poteva più tornar nella sua famiglia paterna (così Mènecle nell'arriga d'Iseo, ha scrupolo adottando il nipote di privar del figlio il fratello, Is., Ered. Mèn., 10), ed entrava a far parte della tribù dell'adottante, che gli imponeva a suo piacimento nuovo nome. (Ordinariamente, poi, i figli portavano il nome dell'avo paterno: lo stesso avveniva per gli adottati). «Se uno t'interrogasse: Dimmi, Beoto, come sei venuto nella tribù Acamantide e diventato del demo di Torisio e figliuolo di Mantia ed erede delle sostanze da lui lasciate? Non altro potresti dire, fuorchè: Mi adottò Mantia. E se soggiungesse: dov'è la prova o la testimonianza? — Mi menò tra i fratori — risponderesti. — Con qual nome? — Con quello di Beoto. — Chè con questo fosti introdotto. Ora se il padre tornando a vita ti mettesse al partito o di conservare il nome che ti diè o di non ritener lui per padre, non sarebbe discreto?» Demost., C. Beoto, per il nome, § 30, 31.

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