Note xi — L.
Reading edition
Il Liebrecht annota:—«Gehört zu einer weitverbreiteten mythischen Vorstellung. S. meine Bemerkung in Ebert's Jahrb. 3. 157. Heidelb. Jahrb. M.DCCC.XXIX. S. 506.»—Questa novellina mi è stata narrata da una bustocca, cioè da una di Busto Arsizio. Non so veramente da qual vita di santa sia dedotta la storia di questo miracolo, analogo a quelli di san Cucunno, derisi tanto lucianescamente dal Voltaire. Di simili tradizioni ce n'è parecchie in tutta Italia. Giuseppe Giusti, parlando della montagna pistojese in una delle sue lettere ripicchiate e pretenziosette, dopo aver accennato a tradizioni della storia antica, soggiunge:—«Vi sono quelle della moderna e alcune tradizioni d'epoca assai più recente, che sanno di scemo e di fantastico a un tempo stesso. Tra le altre, te ne riporterò due. Prima che fosse fatta la grande strada da Pistoja all'Abetone, narrano, che in un luogo detto il mal passo, cadde giù per una rave un mulo con una soma d'olio e che il conduttore, persuaso che si fosse fiaccato il collo, non volle nemmeno guardargli dietro e se ne tornò a casa tutto sconsolato. Nel tempo, che raccontava alla moglie la sua disgrazia, e che questa si scapigliava e lo rimproverava d'esser venuto via senz'altro, eccoti che sentono i sonagli all'uscio, aprono, e sai? era il mulo sano e salvo con l'olio e tutto. Questo caso l'attribuiscono a miracolo e lo narrano come un gran che, e ne hanno appeso il voto alla Madonna. Che disgrazia è la nostra di avere questo eretico di criterio! che il mulo lasciato in quello sprofondo in balìa di sè, era alla meglio risalito nella strada e tornato alla stalla, come fanno tutte le bestie domestiche! Ma quest'altra è più strana. Un tal giovane Iacuzzi da Pistoja (citano nome, paesi e millesimo) vide nel campo di Juro (dove ristorò l'Oranges) una bellissima serpe; e tanto fece, che l'ebbe presa, le cavò i denti e la teneva per casa, cibandola di semola e fancendone il suo divertimento. Non si sa come, se per isbadataggine, o perchè credesse che le serpi non bevessero, non le dava mai da bere, e così la teneva, quando cominciò a sentirsi male, a dimagrare, e le medicine non bastavano. Così andò per un anno fino a che, consultato il parere d'alcuni medici (e qui ficcano il Camici e il Vaccà) vennero a sapere la cosa della serpe e lo consigliarono a riportarla, dove l'aveva presa. Il giovane lo fece, ma non l'ebbe messa in terra, che si fece un gran temporale, e cominciarono a piovere saette e grandini, che pareva scatenato l'inferno. Domandammo: Dicerto la serpe era o un diavolo o qualche anima dannata di quei soldatacci dell'Oranges? Risposero: Eh, chi ne sa nulla?—Ma dite; la mattina era nuvolo? Risposero, accorgendosi del veleno della domanda: Eh! può anch'essere? Vidi, che le raccontano con fede; ma, se poi gli altri non le credono, non ci si piccano: viva i cristiani della montagna!»—Ecco un'altra novellina lombarda del genere meraviglioso: