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La novellaja fiorentina

Note 1 — XLVII.

Reading edition

Raccolta in Prato dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. Negli studî | sui | dialetti greci della terra d'Otranto | del | prof. dott. Giuseppe Morosi | preceduti da una raccolta | di | Canti Leggende Proverbi e Indovinelli | nei dialetti medesimi || Lecce | Tip. editrice salentina | 1870 vien riferita una leggenda di Martano, della quale trascriverò qui la versione dal grecanico, data dall'istesso Morosi:—«Una volta c'era un padre e una madre. Venne la morte; e portò via la madre e lasciò il padre con tre figli. Que' tre figli, uno si chiamava Ipazio, l'altro Antonuccio e il terzo Trianniscia, perchè era piuttosto sciocco. Cadde ammalato il padre e chiamò il figlio grande e anche Antonuccio e disse: Venite, figliuoli miei, che devo accomodarvi. Io posseggo due buoi ed una vacca. La coppia buona ve la do a voi; e la vacca grama datela al Trianniscia. Morì il padre; e quelli rimasero con la coppia buona e il Trianniscia con la vacca grama. E che fece il Trianniscia? Prese e scorticò la vacca e ne buttò la pelle sopra un pero agreste. La pelle si disseccò ben bene; ed egli la legò con un filo alla sua persona e andava camminando e facea il tamburrino. Arrivò ad un canale, dove i ladri stavano spartendo molti denari. Essi udirono il tamburro e dissero: Lasciamo i denari, che vengono i carabinieri e ci conducono in prigione. E il Trianniscia li prese e ritornò a casa sua e mostrò i denari a' suoi fratelli. E i suoi fratelli gli dissero: Come facesti, fratelluccio nostro? Ed egli disse: Scorticai la mia vacca, ne seccai la pelle e la vendetti. Si voltarono i fratelli e dissero: Facciamo anche noi come fece costui? Ammazzarono i buoi, ne buttarono la pelle sopra un pero agreste e la fecero disseccare e la presero e andavano dicendo: Chi vuole pelli a cento ducati il pelo? a cento ducati il pelo? Vennero i carabinieri e li pigliarono. E quando uscirono, voleano ammazzare il loro fratello. E questo prese una cesta e andò ad un paese, da un cantiniere; e gli lasciò la cesta e disse: Non me la tocchino; che io devo andare ad ascoltare la messa. E quando ritornò, non ritrovò la cesta; perchè i servi del cantiniere l'aveano presa per mettervi dentro sterco; e cominciò a fare parole. E il cantiniere gli disse: Non parlare più che io ho cento ducati e te li dò. Quegli, quando ebbe i danari, pigliò strada e se n'andò. E di nuovo che fece? si nascose nella chiesa, entro un confessionale. Stavano sotterrando una signora; ed egli rimase la notte e aperse la tomba; trasse fuori la signora, la caricò sulle spalle e la portò fuori della chiesa. Trovò un cavallo, gli mise un basto e collocovvi la signora sopra e andò a Lecce. E di nuovo arrivò da un cantiniere, dove avea vedute tre belle fanciulle. Prese e calò la signora, e disse al cantiniere: Tenetemela bene, questa signora; lasciatela dormire, che io vò ad ascoltare la messa: non me la scoprite. E andò alla chiesa e tornò e fece mostra di averla trovata morta e incominciò a fare parole. E il cantiniere disse: Non gridare, che io ho tre figlie; pigliane una; quale ti piace? Ed egli ne scelse una, e ritornò con la bella fanciulla da' suoi fratelli. E i fratelli si voltarono e dissero: Che cosa ci ha fatto questi? Una e una, due; e una tre. Pigliamolo, leghiamolo in un sacco e portiamolo al mare. E lo caricarono in ispalla per buttarlo nel mare. E arrivarono ad un muro e gittarono il sacco dietro al muro e andarono ad ascoltare la messa. Vi era un mandriano, che stava suonando la sampogna; e vide questa cosa, e venne dietro al muro e disse: E che cosa c'è in questo sacco? Rispose di dentro il Trianniscia: Vieni ed entra tu, che esco io. E il mandriano lo sciolse; ed uscì quello di là dentro e vi entrò il mandriano. Uscirono i due fratelli dalla messa, andarono e si caricarono il sacco in ispalla, e, quando furono giunti al mare lo presero e lo buttarono là dentro. E pigliavano a tornare dal mare e diceano: Ci siamo liberati di lui. Ma, quando arrivarono là, vicino al muro, trovarono il Trianniscia, che suonava la sampogna. E dissero: Trista nostra sorte! Questo è un qualche diavolo, che ci va corbellando.»—Il Morosi, dichiara di pubblicare—«Quattro leggende, tre di Martano e una di Sternatia, che altro forse non sono, se non leggende o conti italiani, entrati nel fondo greco di queste colonie, tanto più che di solito, come mi fu assicurato, si narrano appunto da' Greci stessi in italiano; e che non riusciranno, io credo, affatto inutili a chi studia nelle leggende, come ne' proverbî e ne' canti, il nascere e il trasformarsi progressivo de' sentimenti e delle idee delle singole moltitudini e quindi, che meglio importa, la parentela più o meno stretta, che fra loro collega le moltitudini diverse, i diversi rampolli di una medesima stirpe. Notevole fra tutte è la prima, ossia la leggenda dello sciocco astuto, che è, se non erro, patrimonio comune dei popoli di stirpe ariana.»—Ecco poi una variante, toscana anch'essa, della nostra novella:

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