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La novellaja fiorentina

Note iv — XXIX.

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Racconta il Domenichi, che:—«In Milano era fra gli altri un prelato, il quale ritrovandosi un giorno aver seco a desinare molti suoi amici, cadde fra loro un ragionamento della perfezione e imperfezione delle lingue d'Italia. E da questo si venne incidentemente a dire in che modo i Bergamaschi scrivessero questa parola occhi, affermando alcuni, che scriveano ogi, altri oci et alcuni dicevano oghi. Onde il gentil prelato per levare l'occasione di sì basso ragionamento, con parole s'interpose, dicendo loro: Io vi leverò ben tosto da questa contesa. Et chiamato a sè un suo credenziere bergamasco, gli disse: A te sta dar sentenza et terminare questa quistione, dicendo come nel tuo paese si scrive questa parola: occhi. Al quale il credenziere, senza punto pensarvi, bergamascamente rispose: Monsignor, mi non so miga come se scriva, ma mi so be cert, cha 'l si dis: Te vegna el cancher in te i occhi. Alla cui inetta risposta si levò tra loro sì grande et piacevol riso, che fu cagione di por fine a sì debil contesa.»—

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