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La novellaja fiorentina

Note iv — XXVIII.

Reading edition

Angonia, agonia; e così dicesi in parecchi dialetti e dicevasi anticamente in lingua aulica, per ravvicinare la parola alla etimologia di angere, più comprensibile al volgo della vera e greca. Questi raffazzonamenti di parole fatti dal volgo, per rendersi ragione a modo suo del valore d'un vocabolo, son comunissimi. Così, nel dialetto napoletano, gendarme si trasformava in cientarme (quasi uomo armato di cento armi). Così Afrodite (nome comunissimo in Pomigliano d'Arco per una Sant'Afrodite), diventa Fiorita. Così il toscano incolto dice alberinto, invece di labirinto, riconducendo il vocabolo alla radice albero, ecc. In un dispaccio di Francesco Michiel, ambasciatore veneto alla altezza di Carlo Emmanuele II, pubblicato testè per Nozze Bianchi, Michiel (Roma, 1876) la parola Maggiordomo è scritta Maggior d'huomo, attribuendole un'etimologia fantastica, che non può neppure giustificarsi con la natura della cosa, sendo i maggiordomi di corte, di solito, men che uomini. Narra il Domenichi, nelle Facezie, che:—”facendosi la vigilia di Beffania giuochi a vegghia, come s'una in que' tempi, fu all'improvviso domandato M. Vincenzio Arnolfini, gentilomo Lucchese, amicissimo mio, da una valorosa et nobil donna, che aveva un suo pegno, s'egli lo rivoleva. Et rispondendo egli di sì, quando che a lei fusse piaciuto: Ditemi, disse la donna, se rivolete il pegno, perchè la festa di domani sia detta Beffania?—È detta Beffania, rispose egli subito senza pensare, per la beffa, che i Magi fecero a Erode, che, avendogli promesse di tornare e riferire, dose era Cristo, se n'andarono per un'altra via et l'uccellareno. [Pronta risposta et degna di valoroso gentiluomo.]”—

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