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La novellaja fiorentina

Note ii — XI.

Reading edition

Bell'—e—brutt. Questo Vocabolo manca nel Cherubini; cosa voglia dire è spiegato dall'inciso apposizionale che gli tien dietro. La fattoressa narratrice pronunziava la parola così com'io l'ho scritta; e forse sarà stato il nome d'una qualche antica foggia di dominò, di bautta, od altrettale. Ma potrebbe darsi che avesse da scriversi belèe—brutt. Belèe, vuol dire (copio dal Cherubini):—«Ninnolo, balocco, ciancia, dondolo, crepunde. Il latino Bellaria, da cui il Ferrario (Octavii Ferrarii Origines Linguae Italicae. Patavii MDCCLXXVII) vorrebbe derivato il belee milanese, significava confetti, pasticci e simili o anche vini dolci. Il Varon milanes poi trae Belée da βὴλος (astro) facendo diventar gli astri tanti belee.»—Etimologia, quest'ultima, sul genere di quelle del prof. Francesco Mazzarella—Farao, che derivava il napoletanesco pacchiano (villano, da paganus);—«da παχκοινος, omnibus communis, cioè ordinario, da dozzina. O da παχις compactus, cioè grossolano e αννος, linum agreste, come se dir volessimo: che veste di canovaccio, come que' villani lani di Senofonte a' quali fa παχὶα ἰματια περεὶν, crassa vestimenta gestare. O da ανος per ανοσος, morbi expers, come ordinariamente è tal gente, atteso il costumato suo tenor di vita frugale, ed in conseguenza robusta e di valida salute.»—'Mpostà, star ritto, verrebbe, secondo il Mazzarella—Farao—«da ποσθη, teretrum, il quale preso da estro non sì facilmente declina.»—Abbiamo voluto riportare questi esempli di demenza etimologica, perchè sventuratamente non è inutile il cospargerli di ridicolo, ora che Napoli, in tanto splendore di studî filologici, vede rinnovarsi queste orgie intellettuali da un professor calabrese, Vincenzo Padula da Acri, il quale pretende derivar dall'ebraico tutte le lingue, secondo lui stortamente dette indeuropee. Il Varon Milanes de la lengua de Milan, è opera di Giovanni Capis, aumentata da Giuseppe Milani ed Ignazio Albani, pubblicata la prima volta in Milano da Giangiacomo Cuomo, M.DC.VI, ristampata da Giuseppe Marelli nel M.DCCL; ripubblicata nella Collazione delle migliori opere scritte in dialetto milanese fatta in dodici volumi da Giovanni Pirotta; raro monumento d'insipienza dello editore, che si permetteva di alterare e correggere i testi. Questo Varron Milanese sembra che non parli sempre sul serio, anzi scherzi garbatamente. Ecco l'articolo su Belée.—«Cosa di qualche bellezza apparente per dare in mano a' figliuolini. Viene dal greco βήλος, che significa Astrum, poichè qual cosa più bella, più lucente e che più tenga fisso l'occhio del figliuolino che la stella? E perciò per una certa similitudine diciamo Belée, quasi una bellezza simile a quella d'una stella; e che sia il vero si dice propriamente d'una cosa lucida come specchio, vetro, denaro, oro, argento, ec. Quindi è traslato ancora quando diciamo Belin ad un bambino, significando ch'egli sia bello e lucido. Sebbene questa voce Belin la deriva il primo autore dal nome greco βερης qual significa fugitivus. Bella derivazione in vero, tratta dalla consuetudine de' figliuolini i quali schizzando fuggitivamente sempre vanno correndo or qua or là.»—

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