Note 390 — NEL RINASCIMENTO E NEGLI ULTIMI ANNI DELLA LIBERTÀ
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Clarice, figliuola di Piero del magnifico Lorenzo de' Medici e dell'Alfonsina Orsini, rinnovava il nome della nonna. «Altiera e animosa donna» la ritrae il Varchi (Stor. fior. III, V), che alla vigilia della cacciata Medicea del 1527, va in lettiga, «come cagionevole» ch'ella era (e morì l'anno dopo) al palagio dei Medici; e rinfaccia ai due giovinastri, Ippolito e Alessandro, che ivi rappresentano indegnamente quel gran nome, come e quanto «i modi che essi hanno tenuti e tengono siano dissimili a quelli che hanno tenuti i loro maggiori»; e che «i suoi antenati avevano tanto potuto in Firenze, quanto aveva conceduto il popolo; e alla volontà di quello avevano ceduto, andandosene; e essendo richiamati dalla volontà di quello, erano altre volte ritornati: e così giudicava che fusse da fare al presente».
Col nome di Clarice Medici Strozzi è fra le Rime diverse di alcune nobilissime donne, raccolte da L. Domenichi (Lucca, 1559), questo madrigale patriottico a Firenze:
Flora, ninfa superba, che di Dïana sprezzi l'arco le reti le fontane e l'erba, non viver tanto in vezzi; chè, a te stessa increscendo, cangi la propria forma in strani lezj. Già, se il vero io comprendo, poco stimi i pastor che t'ebber cara, poco la libertà c'ognuno apprezza: tal che, la tua bellezza pigliando nova forma, or non più rara sarai, nè altrui sì cara. Di ciò mi doglio, e il mio dolor sia vano, che l'amaro tuo fin non è lontano.
Madrigale che ne ricorda un altro, nel quale pur sotto imagine di donna amorosa, ma con ben altro vigor di linee e profondità di sentimento, Michelangiolo Buonarroti raffigura, com'è il titolo appostogli dal Guasti editore delle sue Rime (Firenze, F. Le Monnier, 1863), «Fiorenza e gli esuli fiorentini». Versi che in sè hanno alcun che di sacro mistero, da ricordare, dell'immortale artefice, le Laurenziane figurazioni dell'agonia della patria.
(Gli esuli fiorentini alla Patria)
Per molti, donna, anzi per mille amanti creata fusti, e d'angelica forma. Or par che 'n ciel si dorma, s'un sol s'apropia quel ch'è dato a tanti. Ritorna a' nostri pianti il sol degli occhi tuoi, che par che schivi chi del suo dono in tal miseria è nato.
(La Patria agli esuli).
Deh! non turbate i vostri desir santi: chè chi di me par che vi spogli e privi, col gran timor non gode il gran peccato. Chè degli amanti è men felice stato quello, ove 'l gran desir gran copia affrena, ch'una miseria di speranza piena.