Note 38 — NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
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Pro coena maledictarum dominarum de Tosingis, riferisce il canonico P. N. Cianfogni (Memorie istoriche della basilica di S. Lorenzo; Firenze, 1804) essere intitolata, nel libro di Entrata e Uscita del Capitolo di San Lorenzo, sotto l'1 Maggio 1306, la spesa di quella imbandigione, «consistente in due capretti, due ventri di vitella, cinque paia di pollastri e altrettante di piccioni, un ventre di castrato, tre caci, otto dozzine e mezzo di pani, vino, frutte, pomaranci, treggea, spezie e lardo, colla spesa, in tutto, di otto lire, quattro soldi e sei danari» (vedi, qui subito appresso, il conteggio, di poco superiore, del Borghini). E poi lo stesso canonico Cianfogni soggiunge: «Chi fossero queste donne maledette, le quali dalla quantità delle vivande si vede che erano di un numero non indifferente, io non ho potuto rinvenirlo; siccome neppure si sa se questo fosse un obbligo del Capitolo, perocchè non vi sono libri anteriori, e dal 1307 fino al 1343 mancano tutti; e in quelli che seguono, di questa cena non se ne vede più fatta menzione». Io non sarei d'avviso che la cena fosse imbandita a donne, cioè non crederei che le «maledette» fossero le commensali e consumatrici: parecchia gente, osserva pure il Cianfogni, se si guarda la lista delle pietanze. Direi piuttosto che le «maledette» dessero, come di certo l'occasione e l'origine, così anche il nome alla cena; ma che questa poi fosse ammannita a tutt'altre persone che donne e Tosinghi, ma o a poveri o a religiosi, o altro che di simile: e ciò per un lascito nel cui titolo le «maledette donne dei Tosinghi» rimangono per noi un mistero. Mi capacita poco, che una casa come i Tosinghi, così fiera e burbanzosa e potente, volesse mandar le sue donne a quella periodica impinzatura di calendimaggio, accompagnata poi da quella amorevole denominazione. Peccato non usino più i romanzi storici, per ricamarvi un po' sopra! Il gran maestro di antichità fiorentine, Vincenzio Borghini (Autografi magliabechiani, X, 98, c. 57), pare vegga nella denominazione di «maledette» non altro che una imprecazione de' canonici all'indirizzo delle Tosinghe, seccati di dover tutti gli anni per cagion d'esse metter mano alla borsa e registrar quella spesa; imprecazione raccolta dal camarlingo, e sopravvissutaci in cotesta come motteggevole intestatura della partita: «Pro coena maledictarum dominarum de Tosinghis. Erano parenti del Vescovo, e dovevano farsi fare questa cena per piacevolezza: ma questi buon preti non ci avevano pazienza, chè spesono in tutto lire 8. 9. 10, che erano più di 3 lire delle nostre». Ma questa volta io non consentirei al maestro. In quel «maledette» della cena laurenziana commemorativa, mi par di sentire alcun che di consono al grido misterioso che aleggia fra gli alberi del sesto girone del Purgatorio dantesco: «Ricòrdivi, dicea, de' maledetti....»
È stato popolare in Firenze, fino ai dì nostri il «lunedì dell'unte», cioè delle tessitore, che era il penultimo, o l'antepenultimo, lunedì del carnevale, giorno di scialo per coteste donne dei nostri camaldoli, con tavole apparecchiate anche su la strada: e doveva essere antichissimo, quanto forse la cena (tutt'altra cosa) delle «maledette».