Note 131 — XIV. CONFRONTI
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L’associazione Lombarda dei Giornalisti ha pubblicato un’eloquente memoria nella quale è esposto il trattamento cui sono sottoposti Giornalisti e condannati politici in Italia e all’estero. Il paragone riesce, come sempre, disonorevole per l’Italia! Non parliamo dei modi civili adoperati dal governo del Granduca di Toscana, che permetteva a La Cecilia, ed a Guerrazzi di scrivere le Memorie e L’Asino nelle sue prigioni di Stato. Ma è caratteristica la lettera che il dott. Giuseppe Canella indirizzò al giornale Il Secolo sul trattamento dei detenuti politici in Austria. Eccola:
«Italiano e non altro che italiano, dal 1848 in poi il mio pensiero e la mia opera furono sempre per l’Italia. Ho provato le prigioni politiche dell’Austria, dalla Torre Wanga di Trento a quelle d’Innsbruck, al Castello di Kufstein, a Rattemberg, Capodistria, Gradisca, Lubiana e Gratz.
«Non appartenni, nè voglio appartenere a niun altro partito se non a quello che tende a «fare l’Italia». Qui soffersi molti disinganni ed amarezze, e non ultima quella di vedere, sotto molti riguardi, fatti paragoni tutt’altro che lusinghieri per l’Italia in confronto dell’Austria.
«Leggendo ora sui giornali come sono trattati i prigionieri, severamente condannati dai tribunali militari, ad onta della mia ripugnanza, devo convenire che l’Austria, più avveduta nel reprimere e nel prevenire, si è fatta più ragionevole e più umana nel castigare».
Il podestà di Riva di Trento riassume poscia il regolamento 28 ottobre 1849, firmato dal ministro della Giustizia, Schmerling, che disciplina, anche attualmente, il trattamento dei condannati politici.
Risulta da esso che, per i crimini politici, i condannati sono custoditi in un riparto particolare della prigione, e devesi avere riguardo tanto al loro grado di coltura quanto alla loro età ed al loro anteriore metodo di vita.
Ai condannati è concesso l’uso del proprio letto; possono leggere, scrivere e ricevere visite di parenti, previo il permesso del preposto dello stabilimento.
La spesa per il vitto, che lo Stato sopporta per ogni condannato politico è di 28 soldi al giorno, compresa la razione di pane. Ma i detenuti politici possono però provvedersi una maggior quantità di vitto, spendendo del proprio sino ad un fiorino al giorno, e quindi complessivamente hanno alimenti giornalieri per una somma corrispondente a circa due lire e mezza italiane.
L’onor. Ettore Sacchi, infine, in una importante lettera allo stesso Secolo (N. 11643), dimostra che nè dal punto di vista giuridico nè da quello militare, si possono trattare come delinquenti comuni i condannati italiani dei Tribunali di guerra. Ma il governo italiano, in questo come in tutto il resto, continua nella nobile missione di riabilitare il Papa, l’Austria e i Borboni. Tutte le premure, tutte le gentilezze il governo italiano le riserba pei delinquenti comuni, si chiamino Tanlongo o Costella.