Note 129 — XIV. CONFRONTI
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Benedetto Croce, nipote a Silvio Spaventa, di cui ha cominciato ad illustrare l’opera, così scrive a Vilfredo Pareto: «Lasciando ai competenti il confronto fra i sistemi penitenziarii applicati ora ai condannati politici con quello dei Borboni, e lasciando agli incompetenti che hanno un po’ di cuore e di sentimento giudicare il triste spettacolo che offre ora l’Italia libera, a me pare che il punto sul quale il confronto s’impone irresistibile è sull’indole e sul modo con cui sono stati condotti i processi politici. Perchè si sono spese tante parole e tanti colori rettorici per proclamare iniquo il processo, per esempio, fatto dopo il 1848 a Silvio Spaventa? Cito questo che ho avuto occasione di studiare da vicino. Non certo perchè lo Spaventa non fosse liberale, nazionalista, anzi unitario: in ciò i giudici borbonici non sbagliavano, come non sbagliano quelli di Milano nel giudicare socialisti il Turati e compagni. Ma fu un processo iniquo, perchè, mancando la prova di reati determinati, si volle tuttavia condannare nello Spaventa il liberale e l’unitario, ossia le convinzioni e le opinioni che apparivano certe e non sconfessate. È vero — si potrebbe dire — che i Borboni provvidero a fornire delle prove di reato, stipendiando dei falsi testimoni. Ma ciò prova che il senso giuridico non si era del tutto smarrito! Si riconosceva almeno la necessità delle prove di fatto e dei reati di azione. I giudici di Milano non hanno sentito questo bisogno.... — Vilfredo Pareto — La Liberté Économique — pag. 99-100. Rastignac nel Mattino di Napoli ha esplicitamente riconosciuto che in Italia, come sotto i borboni, i processi si fanno alle idee.