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Isabella Orsini, duchessa di Bracciano

Note 7 — CAPITOLO SECONDO.

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Nè erano senza grave pericolo siffatti esercizj. Nelle cronache di Tommaso Costo napoletano, che comprendono lo spazio dall’anno 1563 fino al 1586, leggiamo come in Napoli nel carnevale del 1579 Muzio Pignattello, uno dei figliuoli del marchese vecchio di Lauro, correndo a schiera con altri immascherati sotto le finestre della principessa di Bisignano, che allora abitava nel palagio che fu del principe di Salerno, dove poi fu fatta la chiesa dei gesuiti, precipitò insieme col cavallo in cosiffatto modo, che essendo allora ventuna ora, non visse più che insino a notte. — E più sotto: Onde si esercitava continuamente, e in giocar di arme, et in saltare, et in volteggiare, et in cavalcare, et in ballare, et in ogni altra attitudine conveniente a cavaliere torneava, e giostrava, ed il tutto faceva con tanta felicità, che pochi in alcune cose lo pareggiavano, ma in tutte niuno. Nel 1559, quando si fecero in Francia le nozze della sorella del re Enrico II con Filiberto duca di Savoia, e delle sue figlie, Claudia e Isabella, la prima con Carlo di Lorena, la seconda con Filippo II re di Spagna, il re correndo la lancia contro il conte di Mongomery, fu percosso in maniera, che «la lancia del conte troncandosi nel colpo, alzò la visiera dell’elmo del re, e nella fronte inverso l’occhio destro ne scassò una sverza in tal guisa, con alcune altre minori dalla parte di sotto, che il re diede vista di qua e di là di cadere; il che veggendosi, vi corse il principe di Ferrara, ch’era in ordine per correre il suo arringo, il duca di Guisa, ed altri signori, e scesero il re, e tostamente disarmatolo, lo portarono quasi di peso in palazzo, e il distesero mezzo morto sopra il letto, e conobber tosto i medici, cavandone cinque sverze, che la ferita era mortale. Dolevasi il re, che poichè gli conveniva pur morire di arme, come alcuna volta da astrolagi eragli stato predetto, non gli fosse avvenuto in guerra reale, e non in giostra dove gli pareva perdere la vita per giuoco, e senza pro veruno, o pregio degno di re.» (Adriani, Storie, lib. 16.)

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