Note 94 — CAPITOLO XVII. LA LIVREA ROSSA.
Gian Dàuli translation
Avis Everhard avrebbe dovuto aspettare molte generazioni prima di ottenere la rivelazione del mistero. Quasi cento anni fa, e quindi più di seicento anni dopo la sua morte, fu scoperta negli archivi segreti del Vaticano, la confessione di Pervaise. Non è forse inopportuno fare un cenno di quest’oscuro documento sebbene esso non abbia per gli storici più alcun valore, ormai.
Pervaise, un americano di origine francese, nel 1913 era prigioniero a Nuova York, in attesa di essere processato per omicidio. Sappiamo, dalla sua confessione, che senza essere un criminale indurito, aveva un carattere impulsivo, impressionabile ed appassionato. In un impeto di gelosia folle aveva ucciso la moglie, cosa abbastanza comune, a quel tempo. Il terrore della morte si impadronì di lui, come raccontò egli stesso; e per sfuggirle si sentì disposto a fare qualunque cosa. Gli agenti segreti, per ridurlo alle loro mire, gli confermarono che si era reso colpevole di omicidio di primo grado, delitto che era punito colla pena capitale, giacchè il condannato veniva legato a una poltrona apposita, e per cura di medici specialisti era ucciso dalla corrente elettrica. Questo modo di esecuzione chiamato elettrocuzione, era molto in voga, a quel tempo: solo tempo dopo, fu sostituito dall’anestesia. Quest’uomo, che non aveva cuore cattivo, ma una natura superficiale improntata a un’animalità violenta, a che aspettava in una cella l’inevitabile morte, si lasciò facilmente convincere a gettare una bomba alla Camera. Dichiara, anzi, nella sua confessione, che gli agenti del Tallone dì Ferro gli affermarono che l’ordigno sarebbe stato inoffensivo, e che non avrebbe ucciso nessuno. Egli fu introdotto di nascosto in un palco ostentatamente chiuso col pretesto ch’era in riparazione, e, incaricato di scegliere il momento opportuno per gettare la bomba, conferma ingenuamente che tanto era l’interessamento pel discorso di Ernesto e pel tumulto suscitato da questo, che per poco non dimenticò il compito affidatogli.
Non soltanto Pervaise fu liberato, ma gli fu concessa una pensione per tutta la vita. Ma non potè fruirne a lungo: nel settembre del 1914 fu colpito da reumatismo al cuore e morì dopo tre giorni. Allora mandò a chiamare un prete cattolico, al quale fece la confessione. Il Padre Durban, considerandola molto grave, la scrisse e la firmò, come testimonio. Noi possiamo soltanto fare delle congetture su quanto avvenne dopo. Il documento era certo abbastanza importante per trovare la via di Roma. Potenti influenze furono messe in movimento per evitare la divulgazione. Soltanto nel secolo scorso, Lorbia, il celebre scienziato italiano, durante le sue ricerche, lo scoprì. Oggi, dunque, non rimane alcun dubbio che il Tallone di Ferro sia il responsabile dell’esplosione del 1913. Ed anche se la confessione di Pervaise non avesse mai veduto la luce non vi sarebbe potuto essere dubbio ragionevole: quell’atto che mandò in prigione cinquantadue deputati, è della stessa natura degli altri innumerevoli delitti commessi dagli oligarchi, e, prima di essi, dai capitalisti.
Come esempio classico di massacri di innocenti, commessi con ferocia e indifferenza, bisogna citare quello dei cosiddetti anarchici di Haymarket, a Chicago, nella penultima decade del secolo XIX. Bisogna considerare a parte l’incendio doloso e la distrazione dei possedimenti capitalistici compiuti dai capitalisti medesimi. Per delitti di questo genere furono puniti numerosi innocenti, messi in ferrovia, (railroaded) secondo un’espressione usata allora, nel senso che i giudici si erano intesi prima, per liquidare i conti.
Durante le rivolte del lavoro che scoppiarono nella prima decade del secolo XX fra i capitalisti e la Federazione Occidentale dei Minatori, fu adoperata una tattica simile, ma più sanguinosa. Gli agenti dei capitalisti fecero saltare in aria la stazione della ferrovia a Indipendenza: tredici uomini furono uccisi, e molti altri feriti. I capitalisti che guidavano il meccanismo legislativo e giudiziario dello Stato del Colorado, accusarono di questo delitto i minatori e per poco non li fecero condannare. Romaines, uno degli strumenti di questo «affare», era in prigione in un altro Stato, nel Kansas, quando gli agenti del capitalisti gli proposero il colpo. Ma le confessioni di Romaines furono pubblicate durante la sua vita, al contrario di quelle di Pervaise. Nello stesso tempo, vi fu ancora il caso di Moyer e Haywood, due capi di lavoratori, forti e risoluti: l’uno presidente e l’altro segretario della Federazione Occidentale dei Minatori. L’ex Governatore dell’Idaho era stato assassinato misteriosamente; i socialisti e i minatori avevano apertamente incolpato di questo delitto i proprietarî delle miniere. Pure, violando le norme costituzionali statali, in seguito a una intesa fra i governatori dell’Idaho e del Colorado, Moyer e Haywood furono presi, gettati in carcere e accusati dell’omicidio.
Questo fatto provocò la seguente protesta di Eugenio V. Deba, capo del Socialismo americano: «I capi del lavoratori, che non si possono corrompere, si arrestano o si assassinano. Moyer e Haywood, sono colpevoli soltanto del reato di fedeltà tenace e inconcussa alla classe operaia. I capitalisti hanno spogliato il nostro paese, corrotto la nostra politica, disonorato la nostra giustizia; ci hanno calpestato coi loro scarponi ferrati, ed ora si propongono di ammazzare coloro che non sono così abbietti da sottomettersi al loro brutale dominio. I governatori del Colorado e dell’Idaho non fanno che eseguire gli ordini dei loro padroni: i plutocrati. La lotta è incominciata fra i lavoratori e la plutocrazia. Questa può, sì, assestare il primo colpo violento, ma noi daremo l’ultimo».