Note 2 — Capitolo XV. . . . . . . . . . . . . . . . .
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Il ministro a cui alludo fu Vincenzo Ricci, patrizio genovese, che io rammenterò sempre con animo reverente e benevolo, comecchè pendesse al bigotto: fu uomo di molteplice dottrina, magistrato, letterato e politico: in molte cose gli fu maestro il celebre barone di Zac, e certo egli non poteva desiderare di meglio. La patria, la quale alzò a dozzine statue al Cavour, onde lo dico statuario, e da lui nominò a ventine le strade pubbliche, onde lo intitolo stradaiolo, non pose al marchese Vincenzo Ricci pietra nè parola; ma io ho ferma fede che un giorno il popolo italiano, aprendo gli occhi, conoscerà il Cavour essere stato non fattore, bensì tosatore della unità italiana, seminatore dell'atroce corruzione che ci affoga e ciurmatore capitale delle nostre finanze, e convertirà le sue statue nell'uso che i greci fecero delle trecento statue erette a Demetrio Falereo, voglio dire in mortai, dove le buone donne pestano il prezzemolo e l'aglio.