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Il 1859 da Plombières a Villafranca

Note 107 — II. Napoleone III.

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Questa lettera all'Arese del dottor Conneau, l'anima mite e devota sino all'idolatria a Luigi Napoleone, è sommamente interessante, appunto per l'intima conoscenza che egli aveva dei sentimenti del Principe. Ciò avvertiamo senza aver l'intenzione di lenire il senso di sdegno e di dolore che ogni italiano deve provare pensando a tanti nobili petti infranti sotto Roma, dal piombo francese: «Ho tardato a scriverti, perchè invero avea il cuore oppresso. L'Italia e Roma sopratutto, mi teneva in continue angosce. Quell'assedio fatto dai Francesi, benchè ne comprendessi lo scopo, pure, perchè metteva in conflitto due popoli tanto fatti per amarsi e difendersi, mi tormentava oltremodo. Più vedo le cose da vicino e più sono disgustato, più gli uomini mi vengono in antipatia. Chi vi attacca come chi vi difende sono uomini di vil tempra. Forse i socialisti sono da considerarsi come il partito il più da temersi per le orribili dottrine che professano e per il terribile avvenire che preparavano alla Francia e all'Europa se avessero riuscito; ma, dall'altra parte, vedo così poca virtù nei cosidetti moderati, vedo cotanto egoismo, cotanta esagerazione nel voler far predominare il loro partito ed i loro interessi, che niuna fiducia ho in essi. Fra tutto questo sciame di uomini corrotti, egoisti, non vedo che un solo uomo che stimo ed amo, ed è il nostro Principe. Oh, se ei potesse quanto diversa sarebbe la Francia e l'Italia nostra! Ma bisogna che trascini dietro di sè una caterva di gentaccia, così encroûtée nelle sue vecchie abitudini e negli antiquati modi e pratiche che tutto ciò che di buono ei propone, trova un insormontabile ostacolo negli agenti, o viene annullato dall'addizione di un monte di dettagli e di misure le più contraddittorie. Mio buon amico, quanto io era più felice in prigione che alla presidenza! Allora stimava gli uomini buoni e disinteressati ed ora li vedo quali sono, vili, egoisti e codardi! Tutti gli amici del Principe si risentono più o meno del sozzo contatto delle persone che gli avvicinano. Sento sovente emettere da certe bocche tali principî e tali idee che fanno ribrezzo. Se non fosse per il Principe, avrei preso il partito d'abbandonar Parigi e ritirarmi in un luogo remoto dove non avessi potuto sentir parlare nè di politica nè di niuna cosa consimile». 4 giugno 1849. Vedi Bonfadini, pag. 104.

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