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I primi due secoli della storia di Firenze, v. 2

Note 199 — Capitolo X[187] DANTE, GLI ESULI FIORENTINI E ARRIGO VII

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Un'epistola, senza data e senza nome d'autore, indirizzata al cardinale da Prato, dal capitano Alessandro (che si suppose essere Alessandro da Romena), dal Consiglio e dalla Università della Parte Bianca, fu pubblicata tra quelle di Dante, che l'avrebbe scritta per i suoi compagni d'esilio, e tale per lungo tempo venne ritenuta dai biografi. Il nome del capitano non si trova però nell'antico manoscritto, da cui la lettera fu pubblicata, e nel quale si legge solamente: A. ca. (Epistola Iª nell'ediz. Fraticelli: Firenze, Barbèra 1863).

Essa, rispondendo ai consigli ed alle lettere del Cardinale, dice, che i Bianchi gli sono grati e son disposti alla pace. Ad quid aliud in civile bellum corruimus? Quid aliud candida nostra signa petebant? Et ad quid aliud enses et tela nostra rubebant, nisi ut qui civilia iura, temeraria voluptate truncaverant, et iugo piae legis colla submitterent, et ad pacem patriae cogerentur? Dante in sostanza avrebbe dunque detto: — Noi ci siamo ribellati solo perché vogliamo rispettate le leggi e la nostra libertà; né altro desideriamo se non che la giustizia e la pace trionfino di nuovo. — Sarebbe stato, mi pare, un linguaggio degno di lui.

Ma recentemente s'è messo in dubbio che la lettera sia di Dante. Il professor Bartoli esamina il soggetto da tutti i lati, discute con molto acume le varie opinioni, e dopo una lunga e dotta indagine, conclude: che mancano le prove storiche per affermare o negare che sia veramente di Dante (Storia della letteratura italiana, vol. V, cap. 8, 9, 10). Il prof. Del Lungo dice che lo stile della lettera, cosí pei pregi, come per alcuni suoi difetti, è dantesco; ma che questo solo non basta ad affermare che essa sia del sommo poeta, potendo essere stata invece scritta da un contemporaneo trovatosi nelle medesime condizioni di lui. Anzi, venendone ad esaminare il contenuto, ritiene che non possa esser sua fra le altre ragioni, principalmente perché le parole candida nostra signa, ed enses et tela nostra rubebant ecc. si ritrovano quasi identiche nel Compagni, là dove parla del fatto della Lastra, avvenuto il 20 luglio 1304. Da ciò egli argomenta che a quel fatto la lettera certamente alluda; e quindi dové essere stata scritta dopo. Or siccome Dante s'era già prima separato dagli esuli, è chiaro, dice il Del Lungo, che non può essere stato l'autore della lettera.

Io non so persuadermi che essa debba assolutamente alludere al fatto della Lastra. — Le nostre bianche insegne furono spiegate, e le nostre armi scintillavano, — sono parole che possono, mi pare, alludere cosí al fatto della Lastra, come a qualunque altro fatto d'armi degli esuli, per quanto somiglino e possin sembrare quasi tradotte da quel luogo del Compagni che al fatto della Lastra accenna. Ciò posto, senza voler proprio respingere l'opinione del prof. Del Lungo, osservo solo che la ragione da lui addotta non basta essa sola a dimostrare che la lettera non sia di Dante, il quale potrebbe averla scritta in nome degli esuli, quando essi trattavano di pace col Cardinale, trattative, che, come abbiam visto, condussero poi all'invio dei dodici loro rappresentanti in Firenze. La nessuna riuscita di queste trattative, le stragi crudeli dei Cavalcanti e dei loro amici, gl'incendi, la rovina di tanta gente, l'avvicinarsi dei Bianchi a Corso Donati, e l'unione degli esuli coi Bolognesi, Pistoiesi, Pisani, con tutti i nemici di Firenze, per tentar subito dopo la folle impresa della Lastra, poterono anzi essere stati ragione sufficiente per allontanar sdegnosamente dagli esuli bianchi non solo Dante, ma parecchi altri, i quali forse perciò appunto non si trovarono alla Lastra, come si vedrà anche meglio piú basso.

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