Note 80 — MERHHASVAN (Ottobre-Novembre).
Reading edition
Il vocabolo navì in ebraico non corrisponde sempre all'idea che esprime la parola profeta (ossia colui che predice l'avvenire) con cui viene tradotto in italiano. Questo vocabolo deriva dalla radice niv che vale articolazione, parlare, pronunziare; motivo per cui il titolo di navì veniva applicato indifferentemente tanto ai profeti decisamente tali nello stretto senso della parola, ossia quegli uomini che per inspirazione divina preannunziavano il futuro, quanto ai poeti, agli oratori e ai pubblici parlatori. Dippiù troviamo che questo epiteto viene dato indifferentemente tanto a quegli animi eletti per dottrina e per pietà, e che o inspirati direttamente da Dio, o da un ardente patriottismo non aspiravano che al bene della patria; quanto a quei tristi che adoperavano la loro facilità di eloquio e le loro doti intellettuali ad adulare i principi, e a corrompere sempre più il popolo, trascinando e questi e quelli nell'idolatria e nella schifosa e ributtante immoralità che ne conseguiva. Il profetismo, nel suo lato buono veniva ad essere una scuola di iniziati, di uomini virtuosi e santi per costumi e disinteresse; di patriotti intemerati ed ardenti, che spesso sotto la sorveglianza diretta di un profeta di grido venivano ammaestrati nella scienza religiosa, nella letteratura e nella eloquenza; onde col fascino della facilità di eloquio, colle doti della mente e più cogli esempi di una vita virtuosa, s'incaricassero di fare trionfare in Israele la giustizia, la carità e l'amore. Per poco che si sia studiata la Bibbia non si possono ignorare il famoso apologo di Natan a Davide onde rimproverargli la morte di Uria; la predizione di morte fatta da Michea ad Acabbo in pena del vigliacco assassinio commesso con ipocrito zelo religioso sull'infelice Naboth; le apostrofi veementi di Elia allo stesso re e ad Ocozia quando gli rimprovera i suoi delitti e gli predice che, «non scenderebbe più dal letto in cui sali in principio del suo malore» ecc. Questi esempi basteranno a convincerci che nessuna considerazione personale, nessun timore era accessibile al cuore adamantino di quegli uomini egregi, che accettavano il grave, uggioso e pericoloso compito di proclamare la verità, di patrocinare la causa del debole, di difendere l'oppresso. Parecchi commentatori fra i quali Ionathan Ben-Uzièl, Rascì e Radak, si accordano nel ritenere che il profeta di cui si tratta nello storico episodio sopraddetto, e costantemente designato col nome di anavi azaken (il vecchio profeta), fosse un profeta falso malgrado la divina inspirazione ch'egli ebbe sedendo a mensa.