Note 88 — CHISLEV (Novembre-Dicembre).
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A titolo di curiosità storica e per gli eccellenti ammaestramenti morali che racchiudono, non vogliamo privare i nostri lettori delle principali fra le dieci domande, che al dire dei nostri Dottori, Alessandro Magno indirizzò ai sapienti d'Oriente e le risposte date dai medesimi: e di un apologo sui viaggi e sulla straordinaria avidità di conquista che teneva agitato lo spirito di quel monarca, e per la quale non si peritava a gettare intiere nazioni in braccio agli orrori di guerre funestissime. Ecco le domande: «Misura forse maggiore distanza l'Oriente dall'occidente o il cielo dalla terra?» I pareri furono discordi: chi opinava la distanza essere pari e chi la voleva maggiore dall'Oriente all'Occidente. «Nella creazione del mondo quale delle due cose ebbe la precedenza tra il cielo e la terra?».—«Il cielo».—«Fu creata prima la luce o l'oscurità?». Questa interrogazione non ebbe una risposta sicura. Ma perchè obiettarono altri sapienti non gli si rispose «l'oscurità», poichè effettivamente risulta dal sacro libro che essa dominava l'abisso? A questa giusta osservazione venne risposto, che temendosi per parte di quel monarca altre interrogazioni insolubili sull'eternità di Dio e sulla fine del mondo, si preferì di interromperne il corso prendendo a pretesto l'insufficiente capacità di poter soddisfarne il desiderio». Qual uomo, ridomandò egli, puossi chiamare veramente sapiente?—«Il preveggente»—Quale veramente forte?—«Quello che sa vincere le proprie passioni»—Quale veramente ricco?—«Quello che è contento del proprio stato». Ed ecco ora l'apologo: Alessandro seguendo la sua insaziabile bramosia di grandezze e di regni, manifestò agli stessi sapienti il disegno di attraversare i monti delle tenebre, e chiese loro consiglio sui mezzi da impiegarsi per riuscirvi. Ottenutili e attraversati quegli orridi monti, giunse fino agli estremi confini dell'Asia, e si trovò presso il paese delle Amazzoni, ove le donne erano preposte al Governo, compievano gli uffizi guerreschi e combattevano invece degli uomini. Queste gli mandarono un'ambasciata di parecchie loro compagne, che gli tennero il seguente libero discorso: «Sire! Se mediti di moverci guerra, tu tenti una folle impresa. Se vinci, quale gloria d'avere vinto delle donne? Se sei vinto, quale disonore d'essere vinto da donne?» Alessandro persuaso da tale giudizioso discorso abbandonò l'impresa, e dopo d'avere fatto incidere sovra un sasso queste parole: «Io Alessandro, fin qui stolto e vano, appresi senno dalle donne»; volse la sua marcia verso un paese dell'Africa. Il re di quello stato conscio della propria debolezza e della potenza di Alessandro, gli aperse la città e la reggia e lo invitò a pranzo. Tutto nella mensa era oro: pane, pietanze, frutti tutto era d'oro. Alessandro altamente stupito rivolgendosi al suo ospite gli chiese: «Che mangiate oro nel vostro paese?»—«Posso io credere, rispose esso, che tu mova così lontano per nutrirti, come gli altri uomini, dei prodotti del campo? Forsechè fanno essi difetto nel tuo paese? Io m'immaginai che tu volessi oro, e ti presentai dell'oro». Ritornato in Asia, Alessandro camminava un giorno per lo mezzo di sterili deserti e d'inculti terreni, e capitò alfine presso un ruscelletto le cui acque scorrevano con un mormorio così dolce e tranquillo, che parevano invitare il passeggiero a sedersi sulle rive onde godervi riposo e pace. Alessandro aderì a questo tacito invito, si sedette, bevve di quell'acqua che trovò di un sapore delizioso, fece tuffare in essa alcuni pesci salati di cui era provvisto, e sentì che mandavano una fragranza soave. Fortemente maravigliato, gli balenò in mente il desiderio di cercare il paese fortunato da cui quel ruscello traeva la sorgente. A quell'uomo singolare bastava gli si suscitasse un desiderio nell'animo, per volerlo immediatamente compiuto. Risalendo a ritroso dell'acqua giunse alla porta del Paradiso. Picchiò, ma gli venne negato l'accesso. Alessandro ripigliò colla sovrana alterigia del suo focoso carattere: «Apritemi, ch'io sono Alessandro il Grande conquistatore dell'Asia»—«No, gli fu risposto, questa è la porta del Signore; e qui non possono entrare che i soli giusti che seppero dominare le loro proprie passioni». Alessandro impiegò preghiere e minacce per esservi ammesso; ma accorgendosi che tutto era invano, così parlò al guardiano del Paradiso: «Dammi alcuna cosa che mostri al mondo com'io son venuto colà, ove nessun mortale giunse prima di me». Una mano invisibile gettò allora disopra l'alta muraglia un piccolo involto, che venne a cadere ai piedi di Alessandro. Questi lo raccolse con avidità, e tornò frettolosamente alla sua tenda. Ma quale non fu il suo stupore, allorchè aperto l'involto, vi trovò racchiuso un occhio di morto. Furibondo lo gettò a terra. Ma un suo savio consigliere così gli favellò: «Gran re! Non disprezzare questo dono, perchè se tu lo libri coll'oro e coll'argento vi troverai in esso qualità straordinarie». Alessandro ordinò di provare immantinenti. Si recò una bilancia; la reliquia fu posta in un guscio, l'oro nell'altro; e con grande meraviglia di tutti per quanto oro vi si mettesse, l'occhio traboccava sempre. «Non v'è dunque contrappeso che valga a rimettere l'equilibrio, esclamò Alessandro?» Altro che! rispose il savio, voi vedrete che basta assai poca cosa»: e raccolto un tantino di terra ne coperse l'occhio, che subito si sollevò nel suo bacino. «Se il puoi, spiegami immantinenti questo fenomeno, gridò Alessandro»—«Eccomi a soddisfarti, rispose il savio vecchio. Quest'occhio rappresenta la cupidigia insaziabile del cuore umano. Finchè quell'occhio sta aperto non v'è nè oro, nè argento, nè ricchezza che basti a soddisfarlo. Ma chiuso e coperto di terra, allora si fa palese la vanità dei suoi ambiziosi progetti e dei suoi sconfinati desiderii; e dei grandi della terra non avanza che la memoria del bene o del male che fecero ai popoli confidati al loro governo.