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I mesi dell'anno ebraico

Note 54 — AB (Luglio-Agosto).

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Ecco una bella leggenda colla quale i nostri Dottori vollero constatare la punizione che Dio inflisse ai distruggitori della sua Casa, e dipingere l'orgoglio satanico di quell'uomo che colla più abbietta ipocrisia, o per la sua morte a tempo (immaturamente) come vogliono dottissimi critici moderni seppe ottenere un titolo tutt'altro che meritato. Forse si saprà che esso morì all'età di 42 anni dopo due soli di regno. «Consumato l'eccidio della sacra città, che più non presentava all'occhio attonito del pietoso viatore che un mucchio di ardenti rovine, Tito esultante ed orgoglioso oltre misura entra nella nave che onusta delle preziose e rare spoglie tolte alla già regina dell'Oriente, volge la prua verso Roma. Erano passate poche ore dacchè quella nave solcava le onde dell'Oceano allorchè il cielo si oscura improvvisamente, le onde si accavallano furiose per lo imperversare di un vento impetuoso. In mezzo allo scompiglio generale, Tito rivolgendosi ai suoi capitani così dice in suono di scherno: «Ei pare, a dire vero, una cosa singolare che il Dio di costoro (degli Ebrei), non abbia potere se non nelle acque. Volle vendicarsi di Faraone e ne sommerse l'oste nel mare Rosso; volle vendicarsi di Sissera e ne traboccò l'esercito nel torrente Chisson; ora vuole probabilmente vendicarsi di noi, e minaccia di farci inghiottire dall'Oceano. Venga in terra a provare la sua forza!» A queste parole petulanti così suonò una voce dal cielo: «O empio uomo, rampollo di empio stipite! (La tradizione rabbinica lo fa discendere da Esaù.) Appena tu metterai il piede in terraferma, io farò ministro di mie vendette la più piccola delle mie creature, così imparerai o stolto fin dove s'estenda il mio dominio». Il mare si acquietò immantinenti come per incanto». Con un monumento che sussiste ancora (l'arco di Tito); con medaglie su cui sta effigiata una donna dolorosamente piangente al piè di una palma, col motto IUDAEA CAPTA; con festeggiamenti straordinarii, (i quali ci dimostrano appunto la grandissima importanza che attaccarono i Romani a quella vittoria); Roma si prepara a ricevere il vincitore della Giudea. Tito scende dalla nave tra gli applausi frenetici della moltitudine, ma appena il suo piede calca le prime zolle della spiaggia, il più minuto moscerino gli si introduce nelle narici e su su ne va direttamente al cervello, della cui sostanza nutrendosi vive colà sette anni consumando la vita del suo ospite. Inenarrabili ed incessanti erano gli spasimi di Tito. Parendogli un giorno di ricevere qualche sollievo sentendo a battere un martello su di un'incudine mandava tutti i giorni per un fabbro onde ripetesse quell'esercizio. Se l'operaio era pagano riceveva una mancia generosa, ma se per caso era un ebreo, Tito gli diceva: «Vattene, a te deve bastare la gioia di vederti tanto vendicato».

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