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I Bianchi e i Neri

Note Pag. 427 — ALLUSIONI STORICHE.

Reading edition

DORE, BIANCA.

LI DUE SVENTURATI. LAMENTO.

Dore

Torna il verno. — Le fronde alla foresta

Svelle e mena feroce in giro il vento;

È triste il colle, la pianura è mesta;[1]

Dell'usignolo il melodiare è spento:

Il veltro per la notte alza la testa

Esterrefatto, e prorompe in lamento;

Orrore spira ogni cosa e paura,

Sembra che gema Dio su la Natura.

Dai campi seminati di umane ossa

Torna la squadra, e il trepido sospiro

Cessa la sposa amata che si è mossa

Al caro amplesso, ed il padre deliro

Di abbracciare il figliuol pria che alla fossa

Lasci la carne e a Dio l'eterno spiro.

Securo che nel dì di morte santo

Ei glieli chiuda, or terge agli occhi il pianto.

Gino non torna a Oretta. Sventurata!

La mano della madre il bianco velo

Avea trapunto, e i fior di fidanzata

Esultante reciso dallo stelo.

Quella mano per morte ora è ghiacciata!

Rigido stringe quei fioretti il gelo!

La squilla i prodi alle difese affretta;

Gino partiva e non tornò più a Oretta.

Ei non reddiva più. La disiosa,

— Come colei che il suo mal teme, e spera, —

Ne fea dimanda: — Il cavalier riposa

Nella morte, risposerle; — sua schiera

Combattendo perì da valorosa, —

Chè co' forti quel giorno Iddio non era. —

Volse al ciel gli occhi Oretta, e dolce in atto

Disse: — Signore, il tuo voler sia fatto.

Buio d'Inferno per lo cielo assembra

Notte, e sul mondo per silenzio tetro

Solennemente spiegalo, e rassembra

Manto di trapassato in sul feretro;

E il cupo mugghio del mare rimembra

Gente che pianga in lamentoso metro,

Nè tutt'uom dentro le paterne porte

Dorme il sonno fratello della morte.

Per questa notte dubitante e lento

Move Gino alla casa del suo amore;

Chè giacque offeso e non rimase spento

Nel giorno maledetto del furore.

La casa è vuota, e sol vi stride il vento;

Ond'egli grida in voce di dolore: —

Oretta, — Oretta, non ti vedrò più!

L'eco dei monti gli risponde — più.

Sorge un dì senza sole. Il cavaliere

Pallido in faccia e con occhi compunti,

Mesto mesto incamminasi al piviere

Co' bracci in croce sul petto congiunti.

Giunge: — e Oretta dov'è? domanda al Sere;

Quei cela il volto, e il campo dei defunti

Gli accenna. Ei corre. — Novamente smossa

Comparisce la terra di una fossa.

È la tomba di Oretta. — Eterno pianto

Con la rugiada spargevi Natura...

Cessa la umana lagrima col canto

Che accompagna gli estinti in sepoltura.

Ahi! l'anima quantunque sotto il manto

Di Dio ripari, e in lui si faccia pura,

Se un pio ricordo l'Angiolo le porta

D'alto gaudio anco in Cielo si conforta.

Fioria modesto su la tomba un giglio

Alla infelice vergine: — lo colse: —

Tal tu passasti un dì; — qual mai consiglio

Riporrà il fiore ove mia man lo tolse?

Chi a rianimare Oretta trarrà il figlio

Del soffio eterno ove disio lo volse?

Qui Gino tacque: ora riposan l'ossa

Di quei due travagliati in una fossa.

Bianca

Mesto è il tuo canto, o Dore; è mesto come

Pianto di madre che il morto sembiante

Del figliuolo involarse per la polve

Vede curva sull'orlo della fossa. —

Donna del Cielo, ella è menzogna in core

Del giusto un seggio aver la pace; e i deschi

Fuggire, e i letti, ove riso di pianto

Ride, e sonno di spine il fallo dorme?

Dore

O mia diletta, e può turbar fantasma

Di colpa lui che dal tuo sguardo ha vita?

Celeste cosa son l'anima e gli occhi

Tuoi, e allor che pietosi al ciel li movi,

Ogni spirto li segue in paradiso. —

Io son tranquillo, — ma di pace stanca.

Giaccio, — ma non riposo, — e sento tale

Una quiete, che sarà nel giorno

Dell'ira, quando staranno il giudicio

Di Dio tremendo ad aspettar le genti.

Bianca

Dal profondo del cor volgiti a Dio;

Chiama, e risponderà. — Qual madre sorda

Fu al grido dell'infante? A quale afflitto

Non sovvenne invocato il sommo Dio?

Dore

Il libro della vita è scritto: — è fissa

Del dolor la misura, e della gioia

È destinata, o Bianca: — e noi siam fiumi;

Rapidi discorriamo per la china

Entro un letto fatal, finchè ne accolga

Lo abisso della eternità.

Bianca

Ma Dore,

Voi fate ingiuria al vostro Dio. — Qual mai

Fu il fattore che odiasse sua fattura?

L'arbore ei dette della vita, e noi

Cibammo il frutto della morte; — noi

Liberi come il raggio del pianeta. —

Se il sapere di Dio conosce il fine.

Non però il move; qual uom su la riva

Mira la navicella indirizzarse

Secondata dal vento al suo cammino.

Dore

Oh parole celesti! O Bianca, bella

Come il sorriso della prima madre

Quando innocente si specchiava in Dio;

Tu sola degna di parlar dei cieli;

Nè cor più puro, nè più santo labro

Mai innalzò prece: e che mai dirti io posso?

Il mio intelletto vinci, eppur da molti

Anni mi è aperto il mio destino. —

Bianca

Quale

Ruppe il velo del tempo, ed il futuro

Vide presente? — Forse tu, con arte

Che il Cielo aborre?

Dore

Turbare io la polve

Che riposa? — Io turbar l'ossa dei morti

Guardimi Dio! — Rammenta i giorni andati

In che un tetto copriva i nostri padri,

E non violato era l'amplesso, e quella

Speme ei nudrivan ch'or contesa è ai figli...

Bianca

Ahi che rammenti, o Dore!

Dore

E pur rammenta

La notte turbinosa in ch'io, chinato

Il capo sul tuo grembo, ascolto dava

Al novellare dell'antica Lena...

Povera Lena! or non è più: — che Dio

Faccia pace a quell'anima. — Repente

Fu battuto al castello; — era un Palmiero

Che chiedeva per Dio posare il fianco

Sotto il tetto dell'uomo.

Bianca

Oh se il rammento!

Coi labbri che baciaro il gran sepolcro

Ei mi baciava; — questa ch'ei donommi

Portai sempre sul core.[2]

Dore

Egli accostossi

A noi, — la man c'impose: — E voi godete,

Disse, il piacer della innocenza, e l'ora

Della pace; — ch'ella è di vita il lampo,

E le succede tenebra di pianto,

Di misfatto di pena e di rimorso...

Si volse, e lagrimò; — dal ciglio cadde

La lagrima, io l'accolsi, e da quel giorno

In questo cuore è viva.

Bianca

Ei ben si appose:

Non siam noi infortunati?

Dore

Più tremenda

Sventura io temo.

Bianca

Ed è?

Dore

Perderti, o Bianca.

Gran Dio! non sai di quale amore io t'ami,

Perchè non fu, nè sarà mai favella,

Che valga a dire ogni pensier di amore. —

Odi visïon che testè m'apparve. —

Suonata era la squilla degli estinti,

Ch'io fui tratto in misterioso sogno. —

Pareami uniti andassimo l'amore

Nostro a sacrar nel tempio: — il guardo volsi

Su i comitanti, e non conobbi amico,

Ma strani tutti; — aveano intento il ciglio,

La pupilla velata; — al tuo bel volto

Il raddrizzai, — tu non avevi il serto

Di sposa, — eran viole; — e già sospeso

Tenevi il piè per valicar la porta,

Quando dall'alto tal mosse una voce, —

Di tua madre era voce: — Vieni, o amata.

Dalla valle del pianto al sen materno,

Vieni, ripara in Dio. — E tu sorgevi,

Qual portò la colomba olivo al giusto,

Nel gemito dell'anima io ti chiamo,

Ma tu non odi, e su le sante piume

Di un immenso desio librata, voli

Vie, vie più lieve pel sereno azzurro...

L'anima afflitta ama seguirti, — scuote

Di Adamo il carco, ma nol spezza, e tutta

Anelante il dì eterno si dibatte

Pei lacci della vita. — Tal mi sveglio

Freddo, affranto, dolente, e il corpo e l'alma

Sono una piaga.

Bianca

Se nel cielo è fisso

Che sia tale il mio fato, o Dore, vivi,

Vivi alla patria, e ad alle cose intendi...

Pensa alla madre Italia: — ella sospira

Da lungo un figlio di lei degno, — indarno.

Pensa all'Italia:... e... qualche volta ancora

Deh! pensa a Bianca tua;... ma non sia quello

Pensiero di dolor. — Nel ciel beata

Godrò di tua virtude, e se mai avviene

Nel giorno della gloria un'aura senta

Aleggiarti soave intorno al volto.

Di': — Questa è l'alma della mia diletta.

Che fa omaggio di amor, siccome è dato

Ad immortale.

Dore

Oh! vivrà pria il creato

Senza la stella che conduce il giorno.

Eppure qui nell'anima mi suona

Triste una voce che mi dice: Mai

Più con la Bianca parlerai di amore;

Mai più la rivedrai. — Quindi al cospetto

Di Dio e di tua madre or sii mia donna.

Bianca

O Dore!

Dore

Se quest'alma da me fugge,

Forza è che vada a secolo immortale

Con la tua fede.

Bianca

O Dore!

Dore

Ecco l'anello

Che dà una sposa al Cancellieri. — Il padre

Mio alla sua lo concedeva. — A Bianca

Porgelo Dore...

Bianca

E nol ricusa Bianca;

E t'abbi in cambio questo mio. — Dal letto,

Ove giacea la moribonda madre,

Questo raccolsi e un bacio. — Io con te lieta

Il legato divido. — Ecco l'anello;

Lasciami il bacio: — pago sei?

Dore

Son pago.

Bianca

Omai più rade e pallide pel cielo

Fansi le stelle... Intendi?... il sacro bronzo

Suona la prece del mattino;[3] sembra

Che flebile lamenti su la luce

Che sorgerà tra breve a illuminare

Le sventure dell'uomo ed i misfatti.

Donna del Cielo, ah! tu soave inspira

Senso quaggiù; — tu di alcun fiore adorna

Questo calle di spine; — i duri sdegni

Vedi, e la gente che su questa zolla

Si divora incessante. — Alfin la terra

La inghiotte, e invano; — chè la nuova schiatta

Sorge, e su l'ossa dei padri contende!

Donna del Ciel, fa che la via del ferro

Oblii la destra, e sol dell'uom si stenda

A impalmare la destra. — Oh! non consenta

Voce all'ingiuria il varco, e sol le labbia

Suonino il verbo della pace; — salve

Fratello.

Dore

Così sia.

Bianca

Dore, la gioia,

Di Dio sia teco.

Dore

O dolce Bianca, — addio.

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