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Gli eretici d'Italia, vol. III

Note 577 — DISCORSO LVI. LE SÈTTE SOFISTICHE. GLI ODIERNI DISSIDENTI.

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Il Leo, professore nell'Università di Halle e autore d'una storia d'Italia, rispondendo ad una lettera del pastore Krummacher di Luisburg, 3 febbrajo 1853, nel giornale Volksblatt, così giudica della Società Biblica in Italia. «Mi andate dicendo che il papa ha chiamato la Società Biblica una peste. Sia pure. Ma prima di tutto voi mi permetterete di distinguere tra la scrittura santa e una società privata; e confesserete che in alcune circostanze, per buono che ne sia lo scopo, una società rendesi una vera peste quando i mezzi e il metodo non sieno convenienti. Abbiate la buona fede di esaminare quello che tanti emissarj della Società Biblica fanno nei paesi cattolici mancando affatto di riguardo e di pudore: come per essi tutti i mezzi sono buoni per distribuire la santa scrittura senza il menomo discernimento alle persone che son le meno atte a comprenderla, e le meno preparate per mancanza di soda pietà: come essi si danno ad insegnamenti, che giudicano forse innocentissimi, ma che ingenerano confusione negli spiriti, straziano la moralità, sconvolgono l'autorità sociale e l'ordine ecclesiastico, e non hanno in ultima analisi che un'influenza rivoluzionaria. Considerando il complesso degli intrighi inglesi nell'Italia settentrionale in questi ultimi dieci anni, non posso voler male al papa se, dal suo punto di vista, ha chiamato la Società Biblica una peste; tuttochè sia la meno colpevole nella cospirazione che rese cotanto infelice quel paese, ha però servito di strumento agli autori di quelle miserabili macchinazioni. Di tal moneta l'Inghilterra paga l'Italia per averle un tempo recato la religione cristiana: la paga d'un modo che la rende infinitamente responsabile dinanzi a Dio!... Questo zelo inconsiderato apre nell'Italia una strada al commercio e alla politica dell'Inghilterra, che vi si introduce colla Bibbia alla mano. La Bibbia è la pelle dell'agnello sotto la quale si cela il lupo, e il risultato sarà la selvatichezza religiosa, l'annichilamento di qualunque autorità, fin di quella della verità. Infelice paese, come era bello ne' suoi costumi e nei sentimenti! Quanto gentile era il suo popolo per poco che si scostasse dal punto ove lo straniero avea portato l'immoralità! Quanto dolce, ingenua ed incantevole era, or fa appena tre anni, l'indole di questi uomini! Quante ruine accumulate dappoi! Sì, caro amico, se fossi papa e italiano, io farei lo stesso; alzerei le grida contro questi aberramenti».

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