Note 449 — DISCORSO LIII. PREVALENZA DE' GOVERNI LAICI. ABOLIZIONE DELL'INQUISIZIONE E DEI GESUITI.
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È nell'Archivio di Corte a Torino la autobiografia del Giannone, ove racconta: «Il mio figliuolo tosto prese sonno, io era per prenderlo, quando non era ancora passata un'ora che intesi un rumore nella camera precedente, e poi urtar con forza la porta, e mezzo sonnacchioso gridando chi era, ecco la vidi aperta, ed entrare con una lanterna più uomini armati, che parevano tanti orsi, così erano ruvidamente vestiti, senza schioppi, ma con forche di ferro, lance e lunghi spiedi, i quali, dando certi urli dissoni o confusi, si avvicinarono al letto, e postoci la punta delle lancie alla gola, mostravano volerci scannare; io, credendoli ladri, gridava che si prendessero ogni cosa, e ci lasciassero nudi, purchè ci salvassero la vita. Il mio figliuolo che profondamente dormiva, svegliato a tanti strepiti, appena aprì gli occhi, vedendosi alla gola la punta delle forche e quelle orrende figure, cominciò dirottamente a piangere, cercando misericordia perchè non l'uccidessero. In questo tra la turba ch'io credeva ladri, raffigurai uno vestito di rosso che li guidava, onde pel dubbio lume non conoscendolo, indirizzai a lui le mie preghiere che li trattenesse, e si prendesse tutto con lasciarci la vita. Allora questi, dando di piglio ai miei abiti, fece che gli altri alzassero le forche e le lancie, e con voce orrida e contraffatta imponeva che si facesse ricerca di tutto, e sopra ogni altro delle scritture o lettere che forse io avessi sopra; nè fin qui lo conobbi, ma dappoi gridando egli che fossimo presi e legati perchè tale era l'ordine del re e del papa, mi accorsi che non erano ladri, ma sbirri, nè però che fosse il Guastaldi stesso che li guidava, ma altri, con sua intelligenza però e tradimento; ma presto mi tolsi di quest'altro errore, poichè facendo ricerca ne' miei abiti, e prendendosi quelle lettere che per caso io mi trovavo indosso, e minacciando con voce contraffatta per darmi maggior terrore, si avvicinò in maniera ch'io finalmente lo ravvisai. Allora con debile ed afflitta voce gli dissi: «Questi frutti adunque, signor Guastaldi, vuol dare la vostra ospitalità ed amicizia ai vostri ospiti ed amici?»