Note 152 — Capitolo Nono. DAL FARO AL VOLTURNO. [1860.]
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Ecco il Discorso pronunziato in quel giorno:
«In questa Capitale regna la discordia e l’agitazione. Sapete voi chi l’ha eccitata? Quegli stessi che mi hanno impedito di combattere gli Austriaci con quarantacinquemila Volontari; che nell’anno scorso mi vietarono di accorrere con venticinquemila uomini alla vostra liberazione; quegli stessi che spedirono La Farina a Palermo, e chiesero l’immediata annessione, quelli cioè che volevano impedire a Garibaldi di passare lo Stretto e cacciare Francesco II. Si è gridato: morte a questo, morte a quello! Si è gridato contro i miei amici. Gli Italiani non deggiono gridare morte l’uno contro l’altro, essi tutti deggiono stimarsi ed amarsi, perchè tutti hanno contribuito a fondare l’unità d’Italia. Quando sorge discordia, accorrete a me. Non venga una deputazione di marchesi e di principi, ma di semplici popolani, ed io disperderò i dissidii e tranquillerò gli animi. Ieri vi dissi che sarebbe venuto il Re. Oggi ho lettera di lui. Il 9 le sue truppe passarono il confine, e due giorni or sono Vittorio Emanuele si pose alla testa del suo valoroso esercito. Laonde fra breve noi vedremo il nostro Re. Durante questo stato di transizione fate che regnino dovunque la tranquillità, la prudenza, la moderazione; si mostri il popolo napoletano quel bravo popolo che è. Facciamo l’Italia una, a dispetto di quelli che la vorrebbero scissa per tenerla schiava!» — Rustow, op. cit., pag. 564.