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Fra Tommaso Campanella, Vol. 2

Note 461 — CAP. VI. (continued 3)

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Le lettere e i libri del Campanella in molti luoghi fanno intendere che egli simulò la sua pazzia. Difatti, quanto alle lettere, parecchie tra quelle pubblicate dal Centofanti lo rivelano, onde riesce strano che il Centofanti medesimo abbia ammessa nel filosofo «una lunga aberrazione mentale». Nella lettera a Paolo V, fin da principio, col ricordo del fatto «naturale anche a' bruti deboli servirsi dell'industria contra li possenti», coll'esempio de' savii, e coll'autorità di S. Geronimo, confessando «le strattagemme usate non per fuggir la giustitia ma la violenza», il Campanella fece allusione evidente anche alla pazzia simulata. Nella lettera al Card.l Farnese ricordò pure fin da principio il motto «placuit Deo per stultitiam salvos facere credentes», e in quella al S. Giorgio non solo ripetè che era stato conservato da Dio «con la stoltitia dov'era odiosa la virtù», ma anche rammentò che «la fintione s'usa contro la violenza, come insegna S. Geronimo con l'esempio di David e di Solone». Nella lettera latina al Papa ed a' Cardinali, ed egualmente nella lettera al Re di Spagna, affermò che per avergli negato le difese e pe' tanti tormenti «lo fecero pazzo»; ma perfino al Re non si peritò di scrivere, «dicono c'ho finto d'esser pazzo, io rispondo che David e Solone si finsero pazzi per lo stesso modo, e son lodati da S. Geronimo».—Quanto a' libri, il tratto più singolare è quello che leggesi nella Città del Sole e che oggi sappiamo doversi riferire alla pazzia, ma che pur quando non si sapeva che dovesse riferirsi alla pazzia, avrebbe meritata tutta l'attenzione degli scrittori intenti a decifrare le faccende del Campanella; vogliamo dire quel tratto già da noi riportato parlando del libro (ved. la nota alla pag. 364), là dove si cita un gran filosofo, che per 40 ore venne crudelmente tormentato da' suoi nemici, senza mai potergli strappare di bocca una parola su quanto essi domandavano, perchè nel fondo dell'animo avea determinato di tacere. D'altra parte son conosciuti da un pezzo i versi e la nota ad un suo Sonetto intitolato «Di sè stesso» ove si riproducono i concetti palesati al Card.l S. Giorgio, leggendosi: «quando bruciò il letto e divenne pazzo o vero o finto: Stultitiam simulare in loco prudentia est disse il comico, et de jure gentium i pazzi son salvi»; mentre nel Sonetto si canta:

«Bruto e Solon furor finto coperse e Davide temendo il re Geteo. Però là dove Jona si sommerse trovandosi l'Astratto, quel che feo al santo Senno in sacrificio offerse».

S'intende bene che l'Astratto qui è il Campanella, il quale si trovava in faucibus Orci, come sovente si espresse; e che avrebbe potuto dire di più nelle sue condizioni? Pur troppo, segnatamente nella Narrazione, disse anche essere stato pazzo «non finto»: questo pertanto mostra solo che le sue circostanze l'obbligarono molte volte a nascondere il vero, e che però le sue assertive debbono essere vagliate con molta circospezione.

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