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Delle speranze d'Italia

Note 55 — NUOVA APPENDICE. A MOLTE CRITICHE UNA RISPOSTA: FATTI NUOVI.

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Il Say (Écon. polit., liv. I, ch. XX (4. Éd.), T. I, p. 315) sembra d’opinione contraria. Ma si legga attentamente e non servilmente, e si vedrà da quella disquisizione stessa: 1. che dal totale del capitale innegabilmente portato e speso in un paese qualunque dagli stranieri, è a dedurre solamente il consumo fatto da essi; 2. che in questo stesso consumo non è da contare il consumo del lavoro nazionale pagato da essi, il quale non si sarebbe prodotto senza essi (massime in Italia); 3. che non v’è a contare nemmeno il consumo di parecchi prodotti materiali rozzi, i quali parimenti non si sarebbero prodotti senza gli stranieri; 4. che quindi il consumo a dedursi dal capitale portato e speso, si riduce a consumo di poche e rozze tra le materie che paiono e si soglion dir consumate; 5. e che insomma è calcolarlo alto, il porlo in media a un 8 o 10 milioni in tutto. — I quali poi io non deduco dal calcolo mio totale perchè li credo più che compensati dall’altre cifre, tenute tutte basse. Ma chi li voglia dedurre, riduca i 72 milioni a 60; e rimarranno grandi tuttavia i risultati. — Del resto sarebbe un trattato intiero e speciale a far su ciò. E dal Davanzati e Botero o forse dal Pandolfini fino al recentissimo Scialoja, l’Italia fu ed è pur patria dell’Economia politica bene e liberalmente scritta. Così vogliano gli scrittori di essa prendere ad esaminare, ed applicare la questione qui accennata, importantissima certamente per la patria comune.

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