Note 59 — NUOVA APPENDICE. A MOLTE CRITICHE UNA RISPOSTA: FATTI NUOVI.
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Mentre rivedevo la presente appendice, un nuovo fatto avvenne, che, quantunque letterario, non è pur senza importanza per noi; la pubblicazione della Storia del Consolato e dell’Imperio. La quale, per bello e gran libro che sia, non è nel resto d’Europa e in Francia stessa se non un libro di più, fra moltissimi: ma in Italia, tra la povertà di libri nostrali, e la varietà degli stranieri, da cui risulta tanto vagar delle nostre opinioni, l’apparizione d’un libro così impazientemente aspettato, così universalmente già letto, e, parlando in generale, così sodo e moderato, non può avere una vera ed utile importanza. — La storia precedente del medesimo scrittore ne ebbe già una contraria, in Italia come in Francia e dappertutto. Quella indifferenza ai grandi delitti politici, quella maniera dì presentarli come necessari, epperciò o più o meno scusabili o non delitti, spingeva a imitazioni, peggiori in Italia, che in qualunque altro luogo. Ora l’autore ha felicemente mutato modo; è tornato a quello di tutti i grandi storici antichi o nuovi, a quel modo che usa la storia non solamente ad narrandum, ma anche ad probandum, al modo di giudicare narrando. Qui l’autore giudica il suo eroe continuamente. Non sempre bene, a parer mio, ma il giudica; e il giudicio di lui esercita il giudicio politico de’ leggitori, che è un gran bene, dappertutto, ma principalmente in Italia, dove sono così poche occasioni a tal esercizio. L’autore (fin da’ tre volumi or pubblicati) giudicò bene e in parecchi luoghi l’errore di Napoleone di non aver tenuto bastante conto dell’opinione, della libertà del popolo conquistatore o francese. Ma ciò non basta; sarebbesi dovuto notare anche l’error secondo (e che diventò poi forse sommo per le conseguenze) di non aver tenuto bastante conto de’ popoli conquistati; errore incominciato a farsi verso l’Italia fino dalla Consulta di Lione, e da quelle male ripartizioni delle provincie italiane, che dividevano peggio che mai, non formavano nè educavano un popolo italiano; errore ripetuto poi ed aggravato verso Germania, e Spagna, e Polonia. E al dì delle sventure, Napoleone ebbe Spagna e Germania contro a lui, Polonia incapace di nulla per lui, Italia incapace insieme e indifferente a lui. E questa indifferenza non si suol notare tra le cause della caduta di Napoleone; non si suol notare Italia mai per nulla nelle grandi mutazioni d’Europa. Eppure, se l’opinione d’Italia fosse stata per Napoleone, nè Murat avrebbe immaginato di rivolgergliesi contro, nè Beaurharnais avrebbe fatto sì incerta quantunque sì nobil difesa; e la guerra vivamente nodrita in Italia avrebbe forse impedita o trattenuta la invasione in Francia; e ad ogni modo, uno Stato di più, un secondo regno sarebbe probabilmente rimasto a’ Napoleonidi in Italia, e due tali regni rimastivi sarebbero probabilmente stati durevoli. — Tutto ciò, veduto senza dubbio da ogni Italiano, sarà, se continua al medesimo modo, rimproverabile da essi alla Storia del Consolato e dell’Imperio. Ma qual libro moderno tien conto sufficiente di noi? E a chi la colpa? E ad ogni modo, lasciata la parte italiana, o forse altre straniere, resta sempre un grand’utile a trarre dagli esempi di operosità di quell’uomo e quel tempo; e dalla sodezza, dalla moderazione, dalla dottrina, dalle particolarità delle narrazioni e delle discussioni dell’autore.