Note 49 — NUOVA APPENDICE. A MOLTE CRITICHE UNA RISPOSTA: FATTI NUOVI.
Reading edition
Torino, 19 febbraio 1845.
Signore,
Nella corrispondenza estera della vostra Rivista (gennaio 1845, p. 526) io trovo sul mio libro Delle Speranze d’Italia le seguenti parole: «La prima circostanza da osservare rispetto alla pubblicazione del libro del signor Balbo è che esso non è proibito nei dominii del re di Sardegna.» — Lo scrittore fu mal informato. Il libro Delle Speranze fu e rimane proibito qui fino a questo punto, che non si vende pubblicamente, non s’annunzia, non si dà se non a chi ne fa richiesta per iscritto, o come si dice qui sotto cautela. In una parola, il mio libro si tollera qui, come i fatti stessi recati dal vostro corrispondente provano che è o fu tollerato in Toscana; come fu ivi tollerato il libro del Niccolini. E come questi colà, così io pure son lasciato vivere tranquillo qui.
Tutti coloro che conoscono la mia posizione sociale, ed, oso dire, il mio carattere personale, sanno ch’io non son guari uomo a cui si comandi od ispiri un libro. E tuttavia se un principe italiano avesse comandato un tal libro com’è il mio, io l’avrei scritto molto volentieri; ma avrei professato di così scriverlo; e parecchi milioni d’italiani si sarebbero, credo, rallegrati che un principe italiano avesse così professato egli stesso, voler preparare il giorno dell’indipendenza, e nel modo da me accennato, camminando nelle vie del progresso universale, e camminandovi sempre all’innanzi dello straniero, e non temendo camminarvi fino alla politica libertà. Ma pur troppo non fu così; il mio libro non fu nè comandato nè ispirato, ma solamente tollerato. — Bensì, il mio è il primo libro di politica seria e presente che dal 1814 in qua siasi scritto sul suolo d’Italia, da uno scrittore continuante a vivervi. Ed io non so se ciò torni a qualche lode per lo scrittore tollerato, ma certo torna a quella del principe tolleratore.
Del resto nel mio libro io non proposi all’Italia nè quello nè nessun altro principe a «Capitano delle Speranze di Lei». Nè, io o niuno scrittore per quanto maggiore di me, avremmo tale autorità. Sola l’opinione universale potrebbe far tal proposizione o dichiarazione; e le farà, io non ne dubito, a gloria immortale di qualsivoglia de’ nostri principi s’avanzi mai primo ed arditamente sulle vie ch’io accennai, ma che tutti veggono. — Ma io anderò qui più in là che nel mio libro; io confesso desiderare, che tal sia, tal s’avanzi oltre agli altri il mio principe; e perchè egli è principe mio, e perchè egli è meglio collocato a ciò che nessun altro. Ed a compiere tal desiderio, io verserei volentieri, non che le mie povere e talor male interpretate parole, ma tutto il sangue mio, ma tutto quello de’ sei figliuoli miei.
Signore, il mio libro, di cui a mal grado le difficoltà di su e di giù, sono sparsi ormai presso a 3000 esemplari in Italia, non potè essere nè criticato nè menzionato ne’ giornali italiani. Al di fuori, parecchi miei compatrioti colà viventi mi assalirono vivamente, men per ciò che io dissi, che per ciò che io non dissi, ed anche per ciò ch’io dissi tutt’all’opposto. Io ringrazio delle prime critiche; la franca e leal discussione è utile alla patria nostra; e fu uno de’ miei scopi eccitarla. Alle altre avrei forse risposto già, per farne apparir le inesattezze, ne’ medesimi giornali; se non fosse che alcuni di questi non ne valevan la pena, ed altri hanno il mal uso di non accettar discussione sugli articoli da essi inseriti. Ma la vostra rivista è grave ed importante in tutta Europa; e gli usi e l’onor britannico mi fanno sperare che non vorrete ricusare questa mia risposta, la quale non può trovare luogo in nessuna pubblicazione della mia patria.
E con tal fiducia ho l’onore di protestarmi
Vostro obbligatissimo servitore C.e Cesare Balbo.
La presente risposta fu inserita nel fascicolo immediato (aprile 1845) di Quarterly Review.