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Delle speranze d'Italia

Note 37 — CAPO UNDECIMO. COME VI POSSONO AIUTARE TUTTI GL’ITALIANI

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Anche di questa letteratura esterna, che è specialità italiana già antica, ma più che mai splendida a’ nostri dì, io intendevo fare un’appendice. Ma è materia così ricca, che non ho tempo a colorire il mio disegno nella presente edizione. Suppliscano pochi cenni. — Più largo e magnifico assunto sarebbe una Storia degl’Italiani fuor d’Italia. Oltre ai crociati e ai missionari, che abbiam comuni coll’altre nazioni, niuna diede agli stranieri un così grande scopritore di terre incognite come Colombo; niuna poi tanti capitani e ministri quanti furono gl’Italiani. Ma quest’assunto così allargato servirebbe più alla gloria passata, che all’utilità presente della patria nostra. Non c’inganniamo: lo spirito di nazionalità s’è destato e ingelosito presso a tutte le nazioni, e più nelle più libere, in tal modo che sono e saranno ogni dì più rari gli esempi de’ grandi capitani o grandi uomini di stato stranieri in qualunque nazione. Io vorrei che fossero molti Italiani così giunti a potenza presso agli stranieri; perchè io non dubito che essi volgerebbero sempre quella potenza a pro della patria, e che al gran dì imiterebbero l’esempio di quel Capo-d’Istria, il quale non solamente la rivolse così, ma l’abbandonò poi per andar a combattere sulla breccia aperta nel suo paese. Ma il ripeto, i tempi son mutati e si mutano; e queste imitazioni si fanno impossibili. — E tutto all’incontro è poi delle colture. Queste tendono ad accomunarsi in tutta la cristianità; ondechè di qualunque paese sia un grande scrittore di scienze o lettere, od un grande artista, egli è facilmente adottato dovunque; ed entrando nella coltura straniera, non esce dalla nazionale sua, e potendo fuori, continua a potere in patria. Quindi (anche lasciando l’arti, e restringendo il tema alle lettere ed alle scienze, che si posson comprendere sotto il nome di Letteratura) un trattato storico e pratico della Letteratura italiana esterna sarebbe tema ricco non solamente di esempi antichi, ma di applicazioni presenti e future. — Potrebbe la parte storica incominciare fin dal primo risorger delle lettere, da Carlomagno; e con quel Paolo Diacono, Longobardo prigione in corte di lui, il quale scrisse forse colà quella storia che è unico monumento di fatti di sua nazione. E s’interrompe od oscura per vero dire la letteratura italiana esterna, come l’interna, come tutte l’altre, verso il fine del secolo IX e lungo tutto il X. Ma risorge di nuovo colla letteratura italiana interna e coll’universale verso la metà del secolo XI; e, come queste, così quella non cessa più di allora in poi. Nell’ultima metà del secolo XI e nel XII, studiarono, od insegnarono, o scrissero, o in somma fiorirono più o meno, fuor d’Italia, Gregorio VII, Lanfranco, Pier Lombardo, S. Anselmo d’Aosta. Nel secolo XIII S. Tommaso e S. Bonaventura. Nel secolo XIV Dante e Boccaccio per poco tempo, Petrarca per quasi tutta la vita sua. Nel XV Cristina del Pisano, il Poggio e parecchi minori. Nel XVI Amerigo, Davila, Alciato. Nel XVII Montecuccoli, Marino, e quelli che furono per vero dire oscuri a’ tempi loro, e si risuscitano ora a troppo onore, ma che insomma furono scrittori italiani esterni, i Socini, Diodati, Telesio, Radicati, Olimpio Morata, Celio Secondo Curione ed altri tali. Ma sorge a vero splendore la letteratura italiana esterna nel secolo XVIII, e vi si potrebbe noverare forse Alfieri, e si debbono certamente Lagrangia, Denina, Baretti, l’ab. Guasco, Algarotti, Metastasio, Galliani, Goldoni, per non iscendere a Casanova e Cagliostro. E continua poi incontrastabilmente e s’accresce quello splendore nel secolo nostro per opera di Botta, Foscolo e Pecchio, e de’ viventi Amari, Arrivabene, Berchet, Calleri, Collegno, Ferraris, Gioberti, Gorresio, Libri, Mamiani, Rossetti, Rossi, Ugoni, e d’alcuni altri, a cui si potrebbero aggiugner coloro che come Colletta, scrissero addentro, ma furono pubblicati fuori. E certo di tali scrittori e loro opere consta una letteratura sui generis, qual non è posseduta da niuna altra nazione antica e moderna. — E quindi, lasciando la storia e i vanti, e venendo all’utile presente e futuro, quindi sorge una speranza, e se non si guasti, io direi una delle maggiori speranze nostre. Che non potranno tutti questi Italiani scriventi di fuori, se sapientemente e virtuosamente studiando quegli esempi antichi, sappiano ben discernere quelli da imitare e quelli da fuggire; se, smentendo ciò che ne disse Machiavello, vogliano o sappiano, quantunque di fuori, conoscere lor paese qual è, qual mutossi dopo ch’essi lo lasciarono; se, ricordando gli amori, dimenticando gli odii lasciati in patria, uniti essi tra sè, uniti co’ fratelli rimasti addentro, si faccian centro d’una opinione italiana libera e moderata, forte e costante? E non pochi sono de’ nominati e non nominati che adempiono, a lor possa, siffatti uffici verso la patria. Ma non sarebber forse possibili più unioni, più aiuti, più tolleranze reciproche? E quindi più operosità comune, più efficacia? E ciò che poterono altri nobili fuorusciti, i Polacchi sopratutti, convenire in pubblicazioni periodiche, alzar cattedre di lettere e storie nazionali, non sarebbe egli possibile a quella famiglia di fuorusciti italiani la cui nobiltà supera in antichità e gloria tutte l’altre simili senza dubbio? — Ma io mi fermo per forza. E lasciando e pregando si lascin sospetti, io rivolgo verso colà pure, e per quanto io possa valere, il grido mio, il grido antico: pace, pace, pace, tra noi.

Nota della seconda edizione.

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