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Delle speranze d'Italia

Note 36 — CAPO DECIMO. COME VI POSSONO AIUTARE I PRINCIPI ITALIANI

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Dell’idee di libertà qui esposte io ebbi a soffrire due critiche, secondo al solito contrarie, dalle due parti opposte. — Dall’una fui biasimato d’aver presentate tali idee, quasi elle sieno pericolose a que’ principi italiani ch’io pur desidero aiutare, quasi ridestanti que’ turbamenti ch’io pur desidero tor di mezzo, quasi almeno riscaldanti (per servirmi d’una frase udita) i giovani e gli inesperti. Ma io rispondo in poche parole, che i giovani e gl’inesperti trovano ed assorbiscono tali idee, a malgrado tutte le censure e le proibizioni, in ben altri libri che il mio; e ve le trovano ben altrimenti promosse ed esagerate; onde tanto è, od anzi è bene, che le trovino pur una volta moderate dalle due riserve da me fatte, del sottoporre ogni speranza di libertà a quella d’indipendenza, e perciò di lasciar gli adempimenti di libertà a giudicio de’ principi. — Ed appunto di queste due riserve io fui biasimato dall’altra parte. Ma quanto alla prima sarebbe vano volerla difendere ulteriormente qui: perciocchè ella è principio, corpo e fine di tutto il libro mio, e proposta fin dal titolo nell’epigrafe; e da chi non l’ammetta io m’era già separato implicitamente fin dal primo paragrafo del primo capitolo della prima edizione, e mi separai in questa poi anche più chiaramente nella nota al § 3, capo 3; e mi separo soprabbondantemente e per sempre qui. — Resta dunque ch’io difenda ulteriormente la sola riserva seconda, contro a coloro che, posponendo meco la libertà all’indipendenza, pensano pur meco che la libertà può condurre all’indipendenza; ma diversamente da me pensano, che ella dovrebbesi o potrebbesi procacciare anche a malgrado de’ principi. Ed a questi consenzienti meco nel gran principio, a questi non più divisi nello scopo, ma solamente sui mezzi delle buone speranze italiane, io mi rivolgo, non senza fiducia, per supplicarli di ben considerare: 1.º Che la libertà così acquistata servirebbe male all’impresa d’indipendenza; perchè lascerebbe semi, anzi frutti di divisione tra principi e popoli; lascerebbe quelle gravi e lunghe diffidenze reciproche, quelle contese che sono consuete in ogni libertà nuova ed acquistata per forza; lascerebbe preoccupazioni di cose presenti, immediate, appassionanti, le quali farebbero posporre o dimenticare l’impresa d’indipendenza, e ne scemerebber l’impeto e la forza, se pur si facesse; — 2.º poi e principalmente, che ora, qui, non si tratta di libertà acquistate, ma tutt’al più acquistabili; non di divisioni che rimarrebbero dopo l’acquisto fatto per forza, ma di quelle molto maggiori che sorgerebbero immanchevolmente e per natura stessa di tal acquisto per forza. Perciocchè qui sta il punto, tutto il punto di difficoltà: i cospiratori, le società segrete, considerano sempre i lor disegni come «cosa fatta che capo ha»; non considerano che prima d’esser cosa fatta e d’aver capo o realità, ei s’ha a passare per tutti i pericoli, non dico i personali, ma della patria, a cui non è forse lecito a nessuno, non è certamente a chi non vi ha ufficio, esporre la patria, quando ella ha per le mani il gran dovere a compiere dell’indipendenza. — Insomma io ridico ai principi: Deh pensate e provvedete voi a quella libertà che, data, sarebbe forse strumento massimo; io dico ai popoli: Non isprecate pensieri, e meno fatti, in quella libertà che, presa, e peggio nel prendersi da voi, sarebbe impedimento massimo all’indipendenza. Ed io rigrido pace, pace, pace, tra noi.

Nota della seconda edizione.

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