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Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2

Note 160 — DELLA STORIA DI TUCIDIDE (continued 3)

F. P. (Francesco Pasquale) Boni translation

Pag. 115. La traduzione del celebre elogio di Pericle, pubblicata dal Boni e che venne da noi qui riprodotta, non è opera del Boni ma del Meini, siccome è detto nella prefazione del medesimo Boni che sta in fronte a questo volume; Boni la stimò sì perfetta, da non osare a farne egli una seconda; noi crediamo far cosa grata ai nostri lettori, riferir qui quella che ne fece l’illustre ellenista abate Peyron, tratta dalla elaboratissima sua traduzione del Tucidide tuttavia inedita, con grave danno dei classici studii.

35. Sebbene la maggior parte degli oratori, che già di qui parlarono, suolesse lodare colui, che alla legge dei funerei onori aggiunse questa orazione, siccome bella a pronunziarsi sopra i sepolti guerrieri, io crederei tuttavia che per gli uomini di forti fatti basta mostrarne gli onori altresì col fatto, nel pubblico funebre apparato che vedete; nè vorrei che ad un solo uomo si avventurassero le virtù dei molti, cosicchè dalla sua od alta, o povera eloquenza dipender dovesse la persuasione degli uditori. Imperocchè egli è difficile di parlare con esattezza sopra un soggetto, del quale si possa a mala pena stabilire in altrui l’estimazione del vero. Infatti l’uditore, che ama e conobbe i defunti, per avventura giudicherà che l’orazione abbia scarsamente toccato quanto egli vorrebbe e sa; ma l’uditore, che sia del tutto ignaro, se ode cosa della sue forze maggiore, invidioso la stimerà aggrandita a parole. Perchè gli uomini in tanto tollerano le lodi sopra altrui pronunziate, in quanto reputano di aver la capacità di arrivarle; quelle, che la trascendono, già si invidiano, e non si credono. Ma dacchè i nostri antichi giudicarono conveniente tal orazione, fa di mestieri che obbedendo anch’io alla legge mi argomenti di soddisfare a poter mio la volontà, e l’espettazione vostra.

36. Dagli avi primieramente incomincierò; chè giusto e decoroso si è in tanta solennità il tributar loro questo onore di ricordanza. Infatti essi non avendo cessato mai di abitare questa contrada, libera per la loro virtù la trasmisero alle generazioni succedentisi sino alla nostra. Ma se costoro si meritano lode, meritevolissimi ne sono i padri nostri, i quali allo Stato che ereditarono avendo non senza fatica aggiunto quanto possediamo, a noi viventi lo lasciarono. Se non che il principale incremento dello Stato si debbe a noi medesimi che ora tocchiamo alla giusta età, ed ordinammo la repubblica in guerra ed in pace per tutte cose a sè bastevolissima. Le loro geste guerriere, che via via fruttarono conquisti, non che le vittorie da noi e dai nostri padri alacremente riportate contro ai Barbari ed ai Greci, io le tralascierò, sdegnando allungarmi in cose all’uditorio notissime. Ma per quali instituti sì alto ci levammo, e per quali ordini politici e civili venimmo in tanta grandezza, avendo io primamente esposto, passerò quindi a dir delle lodi di costoro, riputando tale argomento essere nella presente occasione decoroso a discorrersi, ed a tutta l’adunanza dei cittadini e dei forestieri utile ad ascoltarsi.

37. Noi abbiamo una forma di governo non imitatrice delle leggi altrui, essendo noi anzi esemplari a taluni, che non copia d’altrui; il suo nome è democrazia, perchè lo Stato è dei molti, e non dei pochi. Per le leggi ognuno gode ugual diritto nelle private differenze; ma pel merito, come uno sale in qualche riputazione, così viene agli onori della repubblica prescelto non per qualità di classe, ma per virtù. Per la povertà niuno, che possa beneficare la patria, ne viene dall’oscurità del grado impedito. Liberalmente procediamo sì nell’amministrare i pubblici negozi, e sì nel sospettoso spiare l’un dell’altro la giornaliera condotta, non mai adirandoci col vicino che a suo genio si sollazza, nè mostrandogli il volto atteggiato da una tristezza inoffensiva bensì, ma sempre molesta. Gravosi a nessuno nelle relazioni private, all’ordine pubblico non contravveniamo massimamente per riverenza, obbedendo ai magistrati succedentisi, ed alle leggi; sopratutto a quelle, che proteggono gli oppressi, ed alle altre che, sebbene non iscritte, tuttavia nella pubblica opinione infliggono ignominia.

38. Inoltre in varie guise ristoriamo l’animo dalle fatiche, e coi certami, e con gli annui sacrifizii e colla splendidezza del viver privato, cosicchè dal quotidiano diletto viene la tristezza scacciata. Per la grandezza poi della città ogni bene vi concorre da tutta la terra, donde avviene che con pari domestico godimento ed i patrii frutti raccogliamo e gli stranieri.

39. Ma altresì negli studii guerrieri noi avanziamo i rivali. Conciossiachè la nostra città sta aperta a tutti; nè fu mai che cacciandone i forestieri vietassimo a chicchessia l’impararvi od il vedervi alcuna disciplina, di cui il nemico trovandola scoperta potesse avvantaggiarsi, giacchè noi confidiamo non così nei preparativi e negli inganni, come nell’animosità di noi stessi nel momento dell’azione. Nell’educazione poi costoro sin dalla prima giovinezza procacciano con laboriosi esercizii di raggiungere la fortezza virile; e noi anche menando una più larga vita, nulladimeno pari cimenti affrontiamo. Vagliane il vero. I Lacedemoni, non già soli, ma assistiti da tutta la confederazione guerreggiano la nostra contrada; laddove noi soli scendendo nell’altrui paese facilmente e spesso riportiamo vittoria sul nemico suolo contra chi la sua patria difende. Se non che niuno sinora ebbe a provare le nostre forze riunite, perchè, oltre all’attendere alla marineria, dobbiamo noi stessi correre in varie parti, ad imprese di terra. Che se il nemico avvenutosi in una qualche banda dei nostri ne vinca alcuni, tosto si vanta d’averci respinti tutti, ma, lui vinto, proclama d’essere stato da tutti noi sconfitto. Ora sebbene noi anzi indolenti che esercitati nelle fatiche, e con un coraggio ispirato più dai costumi, che non dalle leggi, vogliamo incontrare i pericoli, abbiamo però questo vantaggio, che, senza tribolarci anzi tempo pei mali avvenire, giunti poi nel frangente ci mostriamo non meno prodi di chi sta penando ognora.

40. Ma, oltre a questi, altri pregii fanno ammiranda la nostra città. Giacchè noi amiamo il bello, ma con parsimonia; filosofiamo, ma senza ammollirci; ci serviamo delle ricchezze per l’occorrenza dell’uopo, non per vento di parole; a niuno è turpe il confessare la sua povertà, ma turpissimo il non fuggirla coll’operosità. Inoltre gli stessi uomini attendono alle bisogne domestiche ed alle civili, e la gente al lavoro intesa bastevolmente pur conosce i civili interessi; perchè quel cittadino, che non prenda parte alla pubblica cosa, noi soli lo riputiamo non che ozioso, ma inutile. Noi altresì rettamente o concepiamo gli affari, od almeno li giudichiamo, persuasi che i discorsi non nuocano all’operare, ma nuoca bensì il non illuminarci coi discorsi prima di venire ai fatti. Imperocchè abbiamo questo pregio singolare di essere e ardimentosi al sommo, e ponderatori delle imprese; diversi dagli altri, nei quali l’ignoranza ingenera audacia, e la ponderazione lentezza. Epperò fortissimi d’animo si debbono meritamente giudicare coloro, che pienamente conoscendo le dolcezze ed i travagli della vita, nientemeno non si ritraggono dall’incontrarne i cimenti. Oltracciò la nostra bontà differisce dalla altrui, perchè non ricevendo, ma compartendo benefizii acquistiamo amici. Ed il benefattore è amico più stabile volendo coi benevoli modi conservare nel gratificato viva l’obbligazione; laddove chi contraccambia è anzi ottuso che no, ben conoscendo che la sua bontà non è favore, ma debito. Quindi noi soli non già per calcolo di profitto, ma per la fiducia inspirataci dalla nostra libertà benefichiamo gli altri senza timore.

41. E per raccogliere il molto in poco io dico: Atene è la scuola della Grecia. In ciascun cittadino parmi di vedere un corpo con somma disinvoltura e grazia acconcio a più generi d’opere. E che questo ora non sia uno sfoggio di fraseggiamento, ma una verità di fatto, lo palesa la presente potenza, che per tali modi acquistammo. Atene, sola tra le città d’oggidì, maggiore della sua fama, ne viene alla prova; da lei sola il nemico assalitore non si sdegna d’esser vinto, ed il suddito non si lagna d’esser governato quasi che da indegna. Epperò noi presentando una potenza da insigni prove e testimonianze avvalorata, saremo da questa e dalle future età ammirati; senza che inoltre abbisogniamo o d’un Omero encomiatore, o d’altro poeta, i cui versi bensì momentaneamente dilettano, ma l’impressione sarà poi distrutta dalla verità dei fatti. Sì, saremo ammirati noi, che le vie del mare e della terra costringemmo ad aprirsi al nostro ardire, ed in ogni parte collocammo di vendette e di beneficenze monumenti sempiterni. Ora costoro, deliberati a non lasciarsi privare di una città cotanta, morirono per lei generosamente combattendo, e niuno di noi superstiti dee per lei ricusare qualunque travaglio.

42. Diffusamente io ho discorso sin qui i pregii della città, volendo mostrare che uguale non è la gara proposta a noi, ed a coloro che nulla di simile possedono; inoltre io voleva con argomenti porre in chiara luce l’elogio di chi io ragiono. Epperò l’elogio è quasi compiuto. Conciossiachè lodando la città io lodava le virtù di codesti e dei pari loro, che le aggiunsero ornamento. Pochi Greci vantano, siccome costoro, geste uguali alla fama; ed a me sembra, che primo indizio ed ultima conferma delle virtù d’un uomo sia questa loro catastrofe. Imperocchè gli uomini anche per altro rispetto biasimevoli hanno pur diritto di produrre quella fortezza, che nelle guerre mostrarono in pro della patria, perchè con un bene avendo cancellato un male più giovarono come uomini pubblici, che non nocquero come privati. Niuno di essi o per ricchezze, che ei preferisse di continuar a godere, si ammolliva; ovvero sedotto dalla speranza di sottrarsi pur una volta alla povertà e di arricchire, differiva di affrontare il pericolo. Ma più che a tali voti anelando a vendicarsi dei nemici, e riputando esser questo il più illustre dei cimenti, vollero nell’affrontarlo pigliar vendetta del nemico, e quindi ottenere il compimento dei voti. Epperò alla speranza accomandando l’incertezza della felice riuscita, ed in realtà fidando in se stessi circa al periglio già presente, meglio amarono morire resistendo, che non salvarsi cedendo; così schivarono un nome opprobrioso, sostennero col corpo il conflitto, e per un breve volger di fortuna, nel fior della gloria, impavidi trapassarono.

43. Tali furono questi, quali la città se li meritava. Voi superstiti invocate fortuna più durevole, ma opponete al nemico un animo non meno intrepido. Non vi contentate di risguardare nel solo discorso dell’oratore i vantaggi d’una pari fortezza; perchè tal soggetto, a voi pure notissimo, potrebbesi facilmente amplificare enumerando i beni che ridondano dal vendicarsi dei nemici. Ma piuttosto operando ogni giorno osservate la potenza della repubblica, e per lei di carità v’infiammate. E quando la repubblica vi sembri grande, allora ripensate, che a tanto grado la sublimarono uomini coraggiosi, conoscitori del dovere, sensitivi dell’onore nelle imprese, uomini, che, quando loro fallivano i disegni, non credevano di dovere pertanto defraudare la città del loro valore, ma nientemeno in pro di lei contribuivano la loro illustre quota. Quindi nell’abbandonare alla repubblica i loro corpi ciascuno ne riportò gloria immortale e tomba insigne. Non parlo di questa tomba nella quale riposano, ma di quella in cui la loro fama sempre memoranda in ogni occasione di discorso o di forti fatti, perennemente si conserva. Imperciocchè degli illustri uomini è tomba l’universa terra. Nè soltanto dentro la loro patria li mostrano le lapidi inscritte, ma altresì nelle straniere contrade la loro memoria da niuna iscrizione ricordata sta impressa nell’animo d’ognuno, anzichè sui monumenti. Ora voi emulando questi prodi, e stimando che la felicità consiste nella libertà, e la libertà nel coraggio, non mai schivate i guerrieri pericoli. Non i miseri, che perderono ogni speranza di bene, hanno più giusto motivo di prodigare la vita, che gli altri, i quali vivendo corrono ancor pericolo di contrario rovescio, e per un menomo fallo possono grandemente scapitare. Perchè all’uomo di alti spiriti torna più acerbo un discapito patito per ignavia sua, che non una neppur sentita morte fortemente e colla speranza del pubblico bene incontrata.

44. Per la qual cosa, o voi quanti qui siete genitori di questi trapassati, non voglio compiangervi, ma sì consolarvi. Voi sapete che l’uomo cresce fra mezzo a vicende d’ogni maniera, sapete essere ben avventurati coloro, cui tocchi l’onorata sorte o d’un fine, pari al loro, o d’un lutto simile al vostro, così che una bella vita sia coronata da una bella morte. Tuttavia io scorgo la difficoltà di consolarvi sopra un soggetto, di cui sovente vi ricorderete vedendo altri felici posseditori di quanto formava già il vostro vanto; ben so, che il dolore non deriva dalla mancanza di beni non provati mai, ma dalla privazione di quelli a cui fummo avvezzi. Se non che, o genitori, voi, cui l’età concede ancora di generare, durate sperando altri figli; così nelle famiglie la nuova prole farà obliare la trapassata, e la città avrà doppio vantaggio di popolazione e di sicurezza. Giacchè non può alla repubblica dare imparziali e giusti consigli colui, che non abbia, come altri, a pericolare esponendo per lei i figli. Voi poi già provetti riflettete: un vero guadagno sono i molti anni da voi felicemente passati; sopravvanzano pochi, e dei pochi alleviate il peso rammentando la gloria dei figli. Perchè il solo amor dell’onore non invecchia; ed in codesta inutile età non così, come dissero alcuni, l’avarizia diletta, quanto l’onore.

45. Figli, fratelli, quanti qui siete, di questi prodi, io prevedo un difficile gareggiamento. Sogliono tutti lodare chi più non è; epperò voi, anche mostrando straordinaria virtù, tuttavia non che eguali a loro sarete giudicati, ma inferiori d’alquanto. Perchè i viventi sono gelosi del rivale; morto poi, lo onorano con benevolenza scevra d’emulazione. Finalmente se debbo toccare della virtù di quante donne ora rimangono vedove, il tutto ristringerò in una breve esortazione: Donne, conservate il vostro natural carattere, fra gli uomini non levate gran fama nè di virtù, nè di vizii; sarete gloriosissime.

46. Colla mia orazione, comandata dalla legge, io esposi quanto stimai conveniente, ma col fatto, ed i sepolti già furono onorati, ed i loro figliuoli saranno per l’avvenire sino all’età della milizia allevati a spese della repubblica, la quale per simili certami propose una tal utilissima corona sì a questi e sì a quelli che verranno. Imperocchè lo Stato, che massimi premii alla virtù promette, quello è patria di cittadini prestanti. Ora voi, dopo avere pianti i vostri congiunti, partite.

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