Note 23 — SERIE DI TUTTE LE PESTILENZE PIÙ MEMORABILI DAI PIÙ REMOTI TEMPI FINO AL PRESENTE (continued 3)
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Fra l'altre cose, soprattocche nel testo, stravagante e singolare fu il caso occorso ad un appestato; il quale una notte da se si appiccò, lasciando scritto alcuni versi, che soggiungo, ritenendo l'ortografia dell'autore:
«Sia per inteligenza, Come per publicar l'altrui innocenza Di chi per sol sospetto Dovesse a render conto esser astretto; Io sponte e volontario Qui m'attacco e m'appico, La causa per honor non ve la dico».
Avvenne pure ad Ottavio Salghieri, poeta, il quale, preso da frenesia del male, due ore prima di morire si desse a scrivere i seguenti versi a monsignor Flavio Querenghi:
«Langue il tuo servo, e non per vezzo alcuno, Ma per un crudo e venenoso male, Che si può dir, che non ne campi alcuno. Io son ferito, e non de l'aureo strale, Ma più tosto de l'Erebo crudele, Che fa l'ultimo dì esser fatale; Ama il tuo servo humile e fedele».
Tra le ordinazioni sovrane in questa pestilenza è da notare quella, che fu prescritta, importante che le facoltà de' morti appestati senza eredi fossero, per ragion di dono, applicate alla città, onde ripararne, quanto più si potesse, i sofferti danni.