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Dante. An essay. To which is added a translation of De Monarchia

Note 118 — DANTE.[1] (continued 2)

F. J. (Frederick John) Church translation

Ed egli a me: Come 'l mio corpo stea Nel mondo sù, nulla scienzia porto. Cotal vantaggio ha questa Tolommea, Che spesse volte l'anima ci cade Innanzi, ch'Atropòs mossa le dea. E perchè tu più volontier mi rade Le 'nvetriate lagrime dal volto, Sappi, che tosto che l'anima trade, Come fec'io, il corpo suo l'è tolto Da un Dimonio, che poscia il governa, Mentre che 'l tempo suo tutto sia volto. Ella ruina in sì fatta cisterna; E forse pare ancor lo corpo suso Dell'ombra, che di qua dietro mi verna. Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso: Egli è ser Branca d'Oria, e son più anni Poscia passati, ch'ei fu sì racchiuso. Io credo, diss'io lui, che tu m'inganni, Che Branca d'Oria non morì unquanche, E mangia, e bee, e dorme, e veste panni. Nel fosso sù, diss'ei, di Malebranche, Là dove bolle la tenace pece, Non era giunto ancora Michel Zanche; Che questi lasciò 'l diavolo in sua vece Nel corpo suo, e d'un suo prossimano, Che 'l tradimento insieme con lui fece.—Inf. 33.

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