Note 17 — VI.
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Il giorno 8 di settembre è consacrato dai Milanesi alla festa della Natività di M. V. titolare della loro cattedrale. A solennizzarla con maggior lustro ed anche in onore del nuovo Arcivescovo, si volle rinnovar quell’istessa illuminazione della piazza del Duomo e della piazza Fontana colla quale aveva tre giorni prima condecorato il di lui solenne ingresso in questa Metropolitana. Quando verso le ore dieci e mezzo parecchi cittadini venendo dalla porta Ticinese accompagnati da gran folla di popolo procederono fino alla piazza del Duomo, cantando l’inno di Pio Nono. Fermatisi avanti il Caffè Reale, ora caffè Pio IX, rinnovarono quel cantico.—Quivi le guardie di Polizia, istigate dal conte Bolza, si fecero avanti per impedire che si proseguisse di cantare. Si venne alle mani, ed a’ nostri riescì di far fuggire i poliziotti. Di poi tranquilli s’avviarono alla piazza Fontana, e dopo di aver gridato viva Pio Nono, viva l’arcivescovo Romilli, ricominciò nuovamente il lieto canto. Allora si mosse la truppa a cavallo e collo squadrone sfoderato tentò dissipare il popolo che affollatissimo si traeva sotto le finestre dell’Arcivescovo per applaudire.—Non trovando possibile il farsi strada nella calca i soldati diedero di sperone al cavallo, e minacciando e ferendo giunsero a farsi largo fra le disperate grida delle donne, dei fanciulli, degli uomini tutti inabili alla difesa, mentre non erano provvisti nè anche di un bastone. A tanto spettacolo atterrito Monsignor Arcivescovo dovette discendere sulla piazza accompagnato da altro sacerdote, e procurò con acconce parole di manifestare il suo contento all’amato gregge per quelle dimostrazioni, pregandolo a volersi contenere e ritornare alla propria abitazione. Da un lato parole consolanti, dall’altra minacce e sfogo di rabbia; fino a tanto che Monsignor Arcivescovo fu costretto di far entrare la truppa nel cortile del suo palazzo. Più di trenta rimasero feriti e tutta gente che fuggiva, siccome fece provato l’esser feriti o nelle spalle o nella schiena. Altrettanti furono malconci dall’urto della folla, il negoziante Ezechiele Abate restò morto non d’asfissia, come asserì la Gazzetta di Milano, ma da una percossa datagli nel petto da un agente di Polizia, ed a una donna fu tagliato un’orecchia.